Pan American

Cloud Room, Glass Room

2013 (Kranky) | ambient-dub

Se c'è un progetto che ha saputo negli ultimi anni incarnare al meglio l'estetica originaria e caratteristica del catalogo Kranky, quello è sicuramente Pan American. Nato come escursione solista in territorio ambient di Mark Nelson, l'act è arrivato di album in album a riconciliarsi sempre di più con le coordinate di ricerca – prima ancora che con i suoni – che lo avevano reso grande con i Labradford, mantenendosi nonostante ciò ben affrancato alla propria identità atmosferica. Pan American come coda dell'esperienza del terzetto di Richmond, ad essa legata ma libera di muoversi in totale autonomia, sebbene sempre più simile alla chiusura di un medesimo cerchio.

L'ambient fluido e sinuoso delle origini è infatti arrivato, di album in album, ad assumere tutta una serie di increspature, che in questo nuovo “Cloud Room, Glass Room” prendono la forma di pennellate di tempera dai colori vivaci e brillanti, impresse su un acquarello livido e dissolto.
Già dal titolo, la devozione alle forme più tradizionali del genere è rispettata nuovamente, seppur con una nuova accezione: la stanza di vetro, ambiente intimo e delicato, suona quasi come una riduzione ai minimi termini dell'aeroporto da cui tutto nacque, nonché una contrapposizione alla tendenza che ha portato l'ambient music ad astrarsi sempre di più verso luoghi privi di coordinate fisiche fino a raggiungere fenomeni, immagini e pensiero puro. Ma quella nuvola che aleggia nell'aria riesce a segnare al contempo uno strappo con il mondo di Brian Eno, in favore di un brulicare di sussurri ritmici e microsuoni sospesi, pronti ad amalgamarsi in quei crescendo che tanto ricordano il passato.

La partenza suona dunque come un decollo progressivo in piena regola, con tanto di indugio del caso: “The Glass Room” è un flusso sintetico à-la-Stars Of The Lid che scorre dapprima limpido, spinto da un ritmo dub sublunare, prima di iniziare a essere circondato da nebulose in stato gassoso, pronte a solidificarsi in gracili stalattiti nel finale. Dai rivoli più fumosi di questo manifesto iniziale prendono le misure le nubi di vapore che avvolgono “Fifth Avenue 1960”, limate da crepitii elettro-acustici in riverbero ancor più rarefatti (Loscil docet), mentre il torpore di “Relays” trasforma le stesse in forma liquida nascondendo i primi sintomi di nostalgia nelle distorsioni chitarristiche del fondale.
Il buio cosmico di “Laurel South” segna l'unico inchino di Nelson alle sue prime esplorazioni ambientali, mentre le sinistre scintille dub di “Glass Room At The Airport” - trait d'union concettuale ma non sonoro con Brian Eno – e la pioggerella fra bagliori luminosi di “Project For An Apartment Building” arrivano rispettivamente a portare i suoni della stanza nella terra natia dell'ambient music e a progettare un'espansione della stanza di partenza. Chiude, laconico, il crescendo dilatato e mansueto di “Virginia Waveform”, le cui distorsioni passatiste vengono incorniciate nell'ennesimo ritmo livido.

Nelson arreda la sua stanza curandone ogni minimo dettaglio, levigandone ogni spigolo e raggiungendo una delle vette concettuali della saga Pan American. Per contro, “Cloud Room, Glass Room” - che conquista senza indugi la palma di disco più dinamico dell'act – tende a soffrire forse dal punto di vista emotivo della sua perfezione formale, che lo rende almeno a tratti troppo freddo e calcolato per bissare l'exploit del capolavoro “Quiet City”. Si tratta, ciò nonostante, di una prova di coraggio notevole, nonché dell'ennesimo risultato di qualità per un musicista che dal 1998 non ha ancora subito una vera battuta d'arresto.

(15/07/2013)

  • Tracklist
  1. The Cloud Room
  2. Fifth Avenue 1960
  3. Relays
  4. Glass Room At The Airport
  5. Laurel South
  6. Project For An Apartment Building
  7. Virginia Waveform


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