Pantha Du Prince & The Bell Laboratory

Elements Of Light

2013 (Rough Trade) | minimal electronics, bell music

Le avvisaglie c'erano state tre anni fa al tempo di “Black Noise”; adesso quella che era semplicemente una tra le tante idee alla base del terzo lavoro di Hendrik Weber diventa il cardine attorno a cui gira un intero progetto. E se le tre magiche paroline che accompagnano il nome d'arte del producer tedesco ancora non vi hanno fatto suonare qualche campanello d'allarme (appunto....), beh, sappiate che qui le campane sono tutt'altro che una comparsa occasionale, e soprattutto, ben più che un mero vezzo espressivo col quale varare un'attività parallela.
Di fatti è su questo strumento, a dire il vero non particolarmente rappresentato nelle attuali manifestazioni popular (nel senso più vasto del termine), e associato perlopiù ad altri utilizzi non proprio riconducibili ad un ambito propriamente musicale, che Pantha Du Prince ha volto le proprie mire artistiche, lasciandosi sedurre dalle peculiarità tonali e dalle potenzialità in esso racchiuse. La scelta, indubbiamente curiosa, porta con sé impressi i segni del buon esito, e si fa netta la percezione che oramai il Nostro possa muoversi con successo in qualsiasi ambito reputi più consono per l'evoluzione del suo percorso.

Si diceva dunque che i primi indizi di questa fatale infatuazione risalgono ai tempi del terzo album, allorché proprio all'inizio della scaletta compare un brano come “Lay In A Shimmer” che abbonda nell'utilizzo di carillon bells, per quanto processati e filtrati in un contesto totalmente diverso. Galeotto nell'adozione dello strumento come principe di un disco intero è stato però un viaggio in Norvegia: è nella capitale dei fiordi, Oslo, che Weber resta completamente affascinato dalle sonorità distintive emesse dalle campane della City Hall. Partorita l'idea, e assoldati alla sua causa cinque musicisti del luogo (col compositore Lars Petter Hagen nel ruolo di conduttore e arrangiatore), nasce alla fine “Elements Of Light”, concept-album sulle componenti costitutive della luce, e altro buon centro da parte dell'artista teutonico.
Senza ricorrere a pose intellettualoidi, e lontano da ogni tentazione avanguardista, la lunga suite di cui si compone l'album (e successivamente suddivisa in cinque movimenti, in un'impostazione quasi scenografica dell'intero concept) spiazza per l'impatto sinfonico delle sessantaquattro (!) campane utilizzate, azionate attraverso la tastiera sfruttata da Pantha Du Prince con assoluto metodo e creatività. Perché si può parlare di vera e propria sinfonia, visto l'impianto strumentale utilizzato, che mette in mostra una versatilità finora forse soltanto presagita. Con un ventaglio di percussioni (xilofono, marimba, chimes, e quant'altro ancora) registrato in separata sede, e un parco influenze che spazia dal minimalismo storico alla house alla composizione classica, l'orchestra messa in moto da Weber e i suoi compari esprime bene la natura volatile e elusiva del dato luminoso, pur sempre scomponibile nei suoi vari fattori eppure tutti quanti facenti capo alla stessa entità.

Analogamente avviene all'interno del disco: scomposizioni e ricomposizioni a volontà, un gioco perpetuo di addizione e sottrazione, squarci minimalisti e frangenti di maggiore impostazione melodica. L'adattabilità di questo strumento gli consente di esprimersi nei modi più disparati e di sapersi pertanto mostrare all'altezza sia come incisivo artefice di insistenti bordoni ritmici, sia come più sciolto ideatore di sfuggenti direttrici a cavallo tra melodia e un vago sentore di improvvisazione, con cui appunto dare forma a quella dimensione "orchestrale" che occupa tutto lo spazio a sua disposizione.
E l'influenza house in tutto questo? Il beat, la cassa, dove si nascondono? Niente panico: fatta eccezione per “Wave” e “Quantum”, poste strategicamente ad apertura e chiusura del lavoro quasi a mo' di sipario “acustico” (ecco che ritorna l'impostazione scenografica di cui sopra), i restanti trentacinque minuti di musica (superfluo il volerli suddividere) prevedono invece un'interazione docile, attenta, tra le scansioni geometriche della componente elettronica e la purezza cristallina emanata dal bronzo delle campane. L'interazione si svela gradatamente, senza forzature e con un rigoroso senso della progressione, che s'infiltra sottilmente e finisce per diventare parte integrante del tessuto sonoro, come se fosse stata lì da sempre, impercettibile all'orecchio eppure esistente. L'elettronica diventa quindi il complemento ideale, un supporto ritmico funzionale a sottolineare, con le sue cadenze a metà tra sensualità deep e meccanica techno, le articolate stratificazioni ordite dai sei complici, che in un crescendo d'intensità portano a compimento quell'unione di fisica e musica, già dichiarata dai titoli d'apertura.

(05/02/2013)

  • Tracklist
  1. Wave
  2. Particle
  3. Photon
  4. Spectral Split
  5. Quantum


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