Già fondatore dei Paipers e dei Gardenya (titolari di “Disegnando Pareti”; Porp, 2010), il cantante, chitarrista e produttore Marco Porcelli idea poi il progetto Penti, esplorando una palette sonica pressoché sfumata e variabile, quando non proprio surreale.
Il cuore di “Isdiri Misti Sini”, primo lavoro, è così una galleria di acquarelli strumentali melliflui che si limitano a ripetere una stasi non meglio identificata, con accorato senso della suggestione. “Nina” è un solenne preludio con un uso piuttosto libero di timbri ed effetti strumentali, “Tarm” associa un battito equatoriale alle sortite noir della sua chitarra, e la sospensione di “Van” arriva persino dalle parti della new age con il suo theremin uggioso, lo strimpellio fatalista delle chitarre e il piano severo di sfondo.
Se la stasi maestosa e allucinata di “Jair” plagia con dovizia religiosa la “Svefn-G-Englar” dei Sigur Ros, la serenata dolente classicheggiante di “Bosk”, per trio di piano, chitarra slide e oboe, è degna di Ennio Morricone. E così via anche per momenti di levità quasi ambientale (“Gilert”, un respiro meditativo che si propaga col piano elettrico e l’andamento hare-krishna), e invocazioni alte delle tastiere (“Traffi”, poi processione tribale con lamento voodoo).
Il lato più commerciale dell’operazione sta nel dream-pop petulante con tanto di stereotipata ugola femminile di “Esta”, e nella cantata corale della title track, ripetitiva dapprima come motto e poi come trance mantrica (non per niente incorniciata dal sitar), un po’ un’imitazione degli Slumberwood, e spezza l’impegno delle altre pièce. Più calzante è “Blair” l’appendice acustica di “Isdiri Misti Sini”, in una lingua non meglio precisata, che se non altro specifica quanto più in alto sta viaggiando Porcelli rispetto agli esordi convenzionali con i Gardenya. La chitarra ficcante di “Tarm” è poi piegata a un’altra facilitazione stilistica, il rockabilly – malandrino alla B52’s – di “Ium”, sincopato in un registro addirittura danzabile, davvero fuori contesto.
Scritto e arrangiato dal solo Porcelli, ma accompagnato da Natale Capurso (batteria), Francesca Copertino (voce) e Claudia Franco, Michele Sgaramella, Antonio Russo (cori), è un piccolo atto di nomadismo stilistico, anche sbarellante, che irradia trascendenza. Brani cangianti, non solo in calligrafia e arrangiamento, ma anche nella drammaturgia e persino nell’assetto. Patrocinato dall’Unione Europea, Regione Puglia e Teatro Pubblico Pugliese. Già circolante, autoprodotto, nel 2012.
09/05/2013