Placebo

Loud Like Love

2013 (Vertigo / Universal) | pop-rock

Non nascondiamolo: dopo un primo, sconcertante ascolto, da queste parti si era belli che pronti a narrarvi della morte senza possibilità di resurrezione di Brian Molko e della sua (da tempo annaspante) creatura. Una morte che a tutti gli effetti è tale (parlano i concerti), creativamente e artisticamente parlando: ma a ben pensarci, per chi ha seguito la band ammirandola in più di un'occasione, questa è tutto fuorché una notizia. Senza perdersi in eccessive divagazioni, basti mandare la mente alla stanca che aveva pervaso tutto “Meds”, ad eccezione di un paio di singoli e, senza definizioni né parole che sarebbero sprecate, a “Battle For The Sun”. Con tali premesse, sarebbe stato a dir poco utopico aspettarsi ora un colpo di coda, un bagliore di luce in un buio imperante e, duole dirlo, apparentemente destinato a perdurare in via definitiva.

La notizia, semmai, è che dopo una bella serie di ascolti paralleli, confronti, magari anche un paio di viaggi mentali di troppo o forse proprio dopo l'abbandono di questi ultimi, “Loud Like Love” non è il baratro, non è il raggiungimento del fondo: insomma, non è il peggior disco della saga Placebo. Ed anzi, è a conti fatti un prodotto decisamente più onesto del suo predecessore: sono i Placebo che appendono il loro sound al chiodo, che per primi smettono di prendersi sul serio, che si gettano in un pop-rock senza pretese chiamando Adam Noble a tirar fuori gli arrangiamenti più fluidi e accattivanti della loro storia – vero punto di forza del disco - godendosi nel frattempo (c'è ben da supporlo) l'oneroso compenso della major di turno – Universal nel caso specifico. Nulla di cui vantarsi o fregiarsi, ma allo spontaneo quesito su quale sarebbe stato il male minore fra l'ennesimo scialbo compendio di rockettino plastico ed estetica androgina e una svolta di questo genere, la scelta propende decisamente per quest'ultima.

Non è questo che vorremmo sentire dai Placebo, per nessuna ragione al mondo, ma andando oltre barriere che definire giustificabili è decisamente riduttivo, va detto con onestà che a “Loud Like Love” le canzoni non mancano. La title track, in primis, un pezzo che l'avessero fatto i Coldplay o gli U2 versione-"Beautiful Day" starebbe ora in cima alle chart di tutto il mondo, una progressione gradevolissima che porta a un coro finale che già è facile immaginarsi cantato a squarciagola da migliaia di fan al primo live. Non sembra vero di sentire dietro alla chitarra di Molko una guida fatta di accomodanti tessiture d'archi, che riescono a rendere solido anche l'altrimenti insopportabile singolo “Too Many Friends", sorta di inno melodico-nichilista per adolescenti tormentati dal cyber-bullismo il cui crescendo strumentale finisce però, suo malgrado, per coinvolgere. Medesimo è l'effetto delle scariche elettroniche che pervadono “Exit Wounds”, l'anthemica e autoreferenziale “Scene Of The Crime” (di fatto una “English Summer Rain” adattata al nuovo suono) e la più distesa “Begin The End”, brani tutt'altro che eccelsi, ma confezionati in maniera tale da suonare persino gradevoli.

Non si confonda però la non-infamia con la lode: gli scivoloni pronti a minare la qualità dell'intero lavoro ci sono e sono sì, questa volta, fra i peggiori della carriera di Molko e compagni. Dalla melensa “Hold On To Me”, rovinata ulteriormente da un insopportabile spoken conclusivo e tirato allo sfinimento all'imbarazzante “Rob The Bank”, un misto del peggio dei primi tempi e delle insopportabili venature r'n'r di “Battle For The Sun” (ve la ricordate “For What It's Worth”? Siamo lì), passando – anche se in dosi minori – per la sviolinata conclusiva di “Bosco”, ennesima dimostrazione che la vena romantico-malinconica di Molko, se non contenuta, può essere una grave mina anche per i Placebo in versione pop-band. Quegli stessi che in tutto ciò riescono però a tirar fuori un colpo di genio dal cappello, che risponde al titolo di “A Million Little Pieces”, powerballad dal pathos psicodrammatico forte di una sezione strumentale da capogiro, senza mezzi termini la migliore mai partorita da una band che ha sempre avuto nella cura degli arrangiamenti il suo punto debole.

E alla fine ti viene da volergli bene, a Brian Molko. Da perdonarlo ancora, cosciente che continuerà ad andare così, che la tanto attesa svolta danzereccia profettizza da anni probabilmente non arriverà mai. Ti viene da rassegnarti all'idea che ormai i Placebo siano divenuti in tutto e per tutto un marchio, legato quasi esclusivamente alla voce di un frontman che da tempo ha abbandonato quei panni androgini e ribelli che l'avevano reso popolare quanto non. Vien quasi da pensare che, non si avesse amato “Without You I'm Nothing” tanto quanto “Sleeping With Ghosts”, oggi staremmo parlando in maniera totalmente diversa di “Loud Like Love”. Staremmo dicendo, c'è da scometterci, che si tratta del disco di rock fm dell'anno – il che è comunque un complimento solo per metà, o forse nemmeno per quella.
Condizionali che si frantumano dinnanzi alla verità, una sola, incontestabile: se “Loud Like Love” riesce a vivere e a resistere neppure troppo a stento, sono i Placebo che di linfa vitale, prima ancora che creativa e artistica, sembrano averne sempre di meno. Per stavolta è andata così, tutto sommato è andata bene. Ma è difficile credere che, se ci sarà, una futura prossima possa seguire il medesimo destino.

(06/10/2013)

  • Tracklist
  1. Loud Like Love
  2. Scene Of The Crime
  3. Too Many Friends
  4. Hold On To Me
  5. Rob The Bank
  6. A Million Little Pieces
  7. Exit Wounds
  8. Purify
  9. Begin The End
  10. Bosco


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