The Polyphonic Spree

Yes, It's True

2013 (Good Records) | psych-pop

Che quello dei Polyphonic Spree fosse un esercito non proprio solidissimo lo aveva chiarito il leader della big band texana, intitolando il terzo album della sua smisurata ensemble “The Fragile Army”. A dare consistenza a una simile reputazione avrebbe poi contribuito la ridotta attività del gruppo nei sei anni trascorsi da allora, con la sola pubblicazione di un paio di singoli insignificanti e di altrettante raccolte a tema (una selezione di brani natalizi ed un live con canzoni del Rocky Horror Picture Show) uscite nel 2012 come antipasto alla quarta fatica in studio ed entrambe a dir poco prescindibili. Bruciata così l’opportunità di una rentrée in grande stile, il nuovo “Yes, It’s True” si presenta nella calma piatta agostana con una certa dose di effervescenza ma senza quel sussulto necessario a invertire un’inerzia non certo favorevole.

La partenza, al solito, è di quelle tonanti, rotonde, infarcite di flauti, trombe e corni per immancabili deflagrazioni al caramello. E nelle prime battute lo schema non pare subire variazioni degne di nota: prevalgono le melodie dolciastre, anabolizzante sul piano ritmico, con più di una reminescenza dalla precedente compagine di Tim DeLaughter – i Tripping Daisy – nell’incarnazione pop del suo ultimo disco, eponimo. Nonostante un’impronta quasi compassata, almeno per i suoi standard, il frontman è comunque l’indiscusso protagonista in scena, il solito gran maestro di cerimonie, mentre sullo sfondo si apprezza un clima ebbro ma disciplinato. La coralità a livello vocale appare ben più limitata che nelle precedenti puntate, segno che l’intento dei venti musicisti statunitensi era quello di realizzare un’opera più suonata e meno recitata rispetto al passato.

La forza propulsiva e l’effetto sorpresa nei Polyphonic Spree sono da tempo esauriti, e questo nuovo lavoro rimane la testimonianza, più che altro, di un simulacro ancora bello e variopinto ma indubbiamente logorato nella stanca riproposizione di tanti dei suoi cliché. Accantonate le formule gospel furbette dei primi album (“Together We’re Heavy” forse il migliore), si punta a ovviare all’assenza di una altrettanto valida impalcatura formale con l’entusiasmo del collettivo, con l’effetto stordente dei suoi rutilanti colori e del suo dinamismo. Non male, in tal senso, un episodio lussureggiante come “Popular By Design”, arricchito da una sorta di posticcio tribalismo, tra echi esotici e gioiosi refrain, in cui il nutrito plotone di Dallas finisce tuttavia per somigliare un po’ troppo ai suoi ultimi emuli in ordine di tempo, i neozelandesi BARB, ma nella beffarda prospettiva di chi sia costretto a inseguire dopo aver a lungo fatto da battistrada. Gradevole, preciso, avvolgente, ma non esplosivo come era lecito attendersi: il disco vanta discreti spunti oltre a un DeLaughter in bello spolvero, per quanto l’amarezza di fondo e la ricerca di un’interpretazione più adulta sembrino bisticciare con la consueta bulimia favolistica a livello di produzione e arrangiamenti. Evita una simile penalizzazione la gigionesca “Heart Talk”, passaggio più anomalo, imprevedibile e sincero del lotto, il meno ingessato, con i suoi ottoni a elevato tasso etilico, il pianoforte sbalestrato e una performance particolarmente elettrica del capobanda, alla maniera del Robert Smith di fine anni ’80.

In “Carefully Try”, Tim prova a lasciare ancora una volta il segno grazie al proprio cantato pieno di malinconica meraviglia. Per quanto sostenuto a dovere da un gruppo finalmente votato al ruolo di cornice e accompagnamento, permane tuttavia anche qui un’impressione di eccessiva zavorra, di ampollosità ubriacante. Altrove (“What Would You Do?”) tornano in mente i Tripping Daisy euforici del capolavoro “Jesus Hits Like The Atom Bomb”, ma con le belle chitarre cromate di allora affogate in una festosa quanto sterile guazza di tastiere e percussioni. Il ritorno all’enfasi soul comunitaria si fa sfacciato tra le pieghe di “Blurry Up The Lines”, senza stravizi iperglicemici ed anzi con un retrogusto obliquamente psichedelico: non certo un passaggio da strapparsi le vesti, però, giusto un compitino approntato per compiacere i fan più accaniti. Sempre meglio della pasticciata “Let Them Be”, col suo incedere grossolano e macchiettistico che non decolla mai davvero, o dell’impalpabile ritornello cui si riduce “Raise Your Head”, il cui corredo di stramberie effetistiche resta tra le poche ragioni di interesse in una seconda facciata segnata da un evidente ripiegamento creativo. “Yes, It’s True” ricicla insomma alcuni validi espedienti dal passato di DeLaughter e si fa forza nel lodevole proposito di superare la cifra “operistica” cui i Polyphonic Spree ci avevano abituato. Purtroppo però, come già l’esordio dell’altra creatura di Tim – Preteen Zenith – lo scorso anno, l’album finisce per naufragare con le sue buone premesse, confuso sul dove andare a parare e su come dare concretezza alle tante idee in serbo (solo alcune delle quali realmente valide).

Un po’ come far ballare un pachiderma agghindato con lustrini e paillettes, l’effetto tende forse troppo al grottesco. L’esatto contrario che nella conclusiva “Battlefield” dove, alla disperata ricerca di leggerezza, il frontman incanta con la sua inconfondibile voce acidula, servita dal pianoforte e da poco altro. Come un crooner languido, notturno, il vecchio Tim fa centro proprio quando non intende stupire a tutti i costi. Come rivela quest’ultima paginetta, una radicale dieta espressiva avrebbe fatto decisamente al caso suo e dei suoi numerosi compagni di viaggio.

(22/08/2013)

  • Tracklist
  1. You Don’t Know Me
  2. Popular By Design
  3. Hold Yourself Up
  4. Carefully Try
  5. You’re Golden
  6. Heart Talk
  7. Blurry Up The Lines
  8. Let Them Be
  9. Raise Your Head
  10. What Would You Do?
  11. Battlefield


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