Quasi

Mole City

2013 (Domino) | psych-rock

Riecco i Quasi. Hanno da poco festeggiato i vent’anni di una carriera che deve molto, se non tutto, al fatto di non esser mai stata presa troppo sul serio, dai suoi protagonisti in primis ma anche dal pubblico (esiguo) e dalla critica (indifferente o poco generosa). Da principio band coniugale, da sempre parentesi non irrinunciabile cui tornare di tanto in tanto per il solo gusto di divertirsi, specie per Janet Weiss.
I veterani dell’indie-rock statunitense celebrano oggi la ricorrenza con un doppio album che è come un colpo di cancellino sulla lavagna delle loro più recenti esperienze, un riavvio entusiasta e privo della benché minima ansia da prestazione. Non è un caso che questo sia anche il disco con cui la compagine di Portland torna a essere un esclusivo affare di coppia, data la separazione consensuale dall’abulica Joanna Bolme (che aveva suonato il basso nel precedente “American Gong” e in un paio di tour): uno snellimento sostanziale in formazione, cui corrisponde la maggior fluidità di una scrittura sfrondata di tutto il superfluo. Non occorrono che pochi minuti – i detriti e le distorsioni atroci che incontrano il pentolame di Janet nella filastrocca “You Can Stay But You Gotta Go” – per accertarsi di come “Mole City” abbia voluto riproporre il gruppo nella sua dimensione più approssimativa, quella di un rock all’aceto, da ricreazione, che rende giustizia alla loro indole grezza, disimpegnata e refrattaria alle sovrastrutture. Dove sono le imprecisioni, le svisate vocali, la sporcizia ghiaiosa delle chitarre e il brio etilico delle tastiere a fare la differenza, dove ci si può imbattere nel tipico pezzo melodioso e saltellante à la “Field Studies”, cucinato però secondo la ricetta sghemba, brutale e trasandata di “Hot Shit!”.

Un ritorno alla natura selvaggia per il duo, predisposto in quadretti trottanti e talvolta embrionali, che diviene emblematico in “Fat Fanny Land” nella bella fusione dello sbalestrato (e quasi mononota) roxychord di lui con il tamburellare primitivista della batteria di lei. Poco più di un bozzetto che è quanto di meno sofisticato si possa immaginare e riporta dritto alle origini, le sconclusionate ipotiposi della loro prima raccolta (“Early Recordings”). Beatamente ingarbugliati, alticci, caciaroni, sgraziati e vitali: sono i Quasi nella loro caccia a una seconda (possibile) giovinezza, e forse è proprio questa l’unica credibile via d’uscita dal cul de sac di cupezza, pessimismo e grigiore in cui parevano essersi cacciati.
La capra ("The Goat”) diventa allora il simbolo di un rinnovato bestiario intimo, laddove il rinoceronte di “When The Going Gets Dark” aveva rappresentato una sorta di nadir umorale. E’ un notevole passo indietro rispetto alle poderose sfuriate muscolari o alla giocoleria pop di un tempo, ma si tratta del frutto di una scelta espressiva fortemente voluta – la riproposizione dell’insania primigenia, del grado zero della propria musica e del proprio stile – che potrà sembrare poco coraggiosa e farà storcere il naso, ma merita rispetto.

In questo clima di bislacca euforia non mancano peraltro diversi episodi lunari e introversi. Esemplare in tal senso “Chumps of Chance”, con Sam nel buio assoluto, assieme agli echi riverberati della sua tastiera, intento a recitare un soliloquio tristanzuolo che getta un’ombra atmosferica di pura inquietudine, pur non scardinando le basi della sua poetica strampalata. Per non parlare di “R.I.P.”, il classico brano estatico e malinconico (affidato alla voce della Weiss) che i due americani non hanno mai mancato di proporre, oppure delle ossessioni di “Headshrinker”, incombente teatro dell’assurdo in cui Coomes canta da perfetto alienato nel suo mondo a parte, senza la minima intenzione di venirne fuori.

Dopo lo sconfinato disincanto si apre insomma per i Quasi una nuova fase di incanti, per quanto fragili e non riducibili alla comodità delle convenzioni o alla bella forma. Nella seconda parte il disco ne asseconda gli intenti e letteralmente impazzisce, come la maionese. A parentesi di romanticismo bruciato e a voce e piano ubriachi ma orgogliosi si alternano (moltiplicandosi) strappi, brutture, frattaglie rumorose, gorgoglii sintetici da B-movie di fantascienza anni 60, frammenti autistici e sgorbi lisergici, simulando una logica che irrimediabilmente vada a farsi benedire.
Resta illuminante il pacco premio che lega un oscuro spoken word a un refrain zuccheroso per il solo piacere di spiazzare (“Ice Cube in the Sun”), così come le evocazioni seventies e la brochure psichedelica della canzone che chiude i giochi (“New Western Way”) prima delle brume nerissime del finale, sposando i Who grotteschi alle chitarre dei Pink Floyd e aprendo il cielo a un ultimo volo di liberatoria follia. Pezzi come questi, nel passato della band, tendevano a mostrare talvolta appena un velo di maniera decadente. In “Mole City” la vena crepuscolare non è invece mediata da alcun artificio, né mossa da disegni ruffiani. E’ semplicemente la fotografia, fedelissima, dell’irriducibile purezza dei Quasi di oggi. 

(23/10/2013)

  • Tracklist
  1. *
  2. You Can Stay But You Gotta Go
  3. See You on Mars
  4. Blasted
  5. Chrome Duck
  6. Chumps of Chance
  7. Fat Fanny Land
  8. Nostalgia Kills
  9. R.I.P.
  10. Headshrinker
  11. BedbugTown
  12. The Goat
  13. Geraldine
  14. Loopy
  15. Double Deuce
  16. Gnot
  17. Dust of the Sun
  18. MoleCity
  19. An Ice Cube in the Sun
  20. One and Done
  21. The Dying Man
  22. Clap Trap
  23. New Western Way
  24. Beyond the Return of the Sun of Nowhere


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