RanestRane

A Space Odissey: part I, Monolith

2013 (Ma.Ra.Cash) | soundtrack, symphonic-prog-rock

“Questo è l'inizio
Nubi nello spazio
Reliquie di stelle morenti
Danno vita ad atomi
Danzanti in un moto armonico
Più lentamente nel tempo
Unendosi, guidati dalla bellezza
Arrivando, infine
Al cospetto di Dio”


Frasi sparse nell’etere, perse nei riverberi, colgono - con il minimo sforzo, grazie al dono che è proprio degli scrittori - l’intero significato dell’opera che vanno ad aprire. La genesi descritta appartiene a uno degli scenari più affascinanti e celebri del mondo della science-fiction, il capolavoro di Stanley Kubrick: “2001: Odissea nello Spazio”. Colui che presta le sue corde vocali, nonché la sua preziosa penna, con l’arduo compito di introdurre un concept tanto ambizioso è un interprete d’eccezione: Steve Hogarth, frontman della rock-band inglese Marillion, il quale sembra voler estendere l’esperimento fatto due anni fa con Richard Barbieri, indossando nuovamente le vesti del narratore, sfoggiando il suo inconfondibile timbro, ricco di colori e sfaccettature.
Tuttavia, stavolta non parliamo di un progetto solista come fu “Not The Weapon But The Hand” ma di un semplice cameo, una doppia apparizione con il solo scopo di dare il via, per poi porne finalmente il sigillo, al lavoro di una poco conosciuta band made in Italy: RanestRane.

RanestRane non è in realtà un progetto nato oggi dal nulla: “A Space Odissey: part I, Monolith” (da qui in poi, “Monolith”) è il primo atto di quella che sarà una trilogia interamente basata sullo storico kolossal, ma anche il terzo full-length nella carriera intrapresa da questi particolari registi del progressive italiano. L’idea di “cine-concerto” da loro proposta è innovativa e coraggiosa: non il solito musicare film muti (o ammutoliti), bensì una vera e propria interazione con l’audio originale della pellicola di turno, la quale  “interviene” nel corso dell’esecuzione prestando le battute dei suoi protagonisti nei momenti significativi della sceneggiatura. Cosa che accadde per l’esordio “Nosferatu Il Vampiro” del 2006 e il suo successore “Shining” del 2011.

Ciò che distingue questo nuovo tentativo kubrickiano da quanto già fatto da Ranestrane in passato sta nell’impressionante maturità raggiunta dai quattro capitolini. Se nei precedenti episodi si potevano pur apprezzare doti tecniche di alto livello e un songwriting molto promettente, erano tuttavia presenti vizi di forma, dovuti all’acerbità della proposta, che non permettevano ancora di toccare livelli assoluti - come linee vocali talvolta eccessivamente descrittive, quasi farraginose, o qualche ingenuità nella scelta dei suoni. In questo album il quartetto incastra il tutto a meraviglia, proponendo del prog sinfonico con una personalità sconosciuta a gran parte della concorrenza italiana degli ultimi anni.
Non ci troviamo quindi di fronte all’ennesima band prog o neo-prog alla caccia di bavosi nostalgici, riciclante soluzioni e suoni di tre o quatto decadi fa in copia-carbone. “Monolith” scaccia la muffa proponendo un sound sì inevitabilmente influenzato dai giganti del passato - come non citare Genesis, Yes, Pfm e, ovviamente, Marillion - ma “reingegnerizzato” con soluzioni fresche e moderne, rappresentando tutto ciò che dovrebbe essere un disco rock-progressive datato 2013.

Essendo un album già in buona parte composto quasi un anno fa e suonato in tour nei mesi successivi alla sua attuale uscita, toccando mete remote quali il Giappone, si spiega come mai certi illustri ospiti abbiano voluto contribuire per la prima volta alla corte di artisti del Belpaese. Ospiti al plurale perché, oltre al sopracitato Hogarth, RanestRane sfoggiano anche un suo fido compare, il chitarrista Steve Rothery, il quale coglie acutamente il senso del progetto sfoggiando una coppia di assoli ispirati e “vividi”, come nella fase dell’atterraggio lunare in “Materna Luna”: è quasi possibile, anche solo affidandosi al ricordo personale di certe memorabili scene del film, osservare la base di Clavius fagocitare la navicella del protagonista Heywood R. Floyd in corrispondenza delle ispirate parole pronunciate da Pomo:

“Ora apri il grembo tuo
Antico sogno mio
Dischiudi l’occhio tuo
Materna luna mia”

I centellinati interventi dei due inglesi sono sì decisivi, ma non possono rubare la scena ai quattro compositori: la potenza evocativa dei passaggi da essi creata è in diversi punti formidabile e il lavoro di sincronizzazione con le scene che si susseguono maniacale. E’ così che una sfuriata strumentale accompagna una delle scene chiave del film, quando il primate Guarda-la-Luna, ispirato dall’enigmatico monolite, scopre l’uso delle armi e dichiara “morte al mondo”. Il duo ritmico Daniele Pomo/Maurizio Meo preme sull'acceleratore e si intreccia al pathos creato dalle melodie di Riccardo Romano e Massimo Pomo, ricordando alcuni episodi del cupo orrore di Zarathustra del Museo Rosenbach.
Quando poi lo stesso ominide, tronfio della sua vittoria, scaglia il suo osso-clava verso il cielo tramutandosi in astronave - con la più clamorosa delle ellissi del mondo del cinema - il quartetto non rinuncia a un giro di valzer, unico accennato parallelismo con la soundtrack originale della pellicola. I Ranestrane non sembrano in soggezione al cospetto di un capolavoro che porta le firme di maestri irraggiungibili come Johann Strauss, prendendone bensì le distanze con distaccato rispetto.

Sebbene l’ascolto di “Monolith” sia pensato in combinazione con la visione sincronizzata del film, esso è del tutto prescindibile dallo stesso. Anzi, è quasi consigliabile approcciare l'opera nelle prime battute ponendo  da parte l’aspetto visivo, per non rischiare distrazioni dalla curatissima produzione proposta, dando libero sfogo nel frattempo all’immaginazione dell’ascoltatore solleticata dalla potenza degli scenari proposti dalle note dei progster nostrani, ciascuno con un’identità e personalità ben distinta: dal raffinato e romantico tocco alle tastiere di Romano al controllato strapotere fisico di Pomo alla batteria, autore di una cavalcata formidabile - a suggello dell’opera - che porta allo spasmo la tensione, spalleggiato da un Rothery discreto cesellatore in sottofondo. Tensione che esplode finalmente nell’assordante richiamo del monolite lunare, verso Giove.

I Ranestrane escono a sorpresa con un masterpiece del progressive italiano, alzando l’asticella a livelli francamente poco sospettabili per lo scenario nazionale degli ultimi tempi.
Nella speranza che anche in terra natia la band italiana possa avere lo stesso successo fino ad ora raccolto in lande straniere, sarà interessante assistere alle performance live di “Monolith”, perché tanta meraviglia non rimane certo confinata nelle immagini del bel booklet che accompagna tutti i suoi testi, come quadri di un'esposizione.
Il primo atto è compiuto, attendiamo con impazienza il seguito.

(11/12/2013)



  • Tracklist
  1. Semi
  2. Fluttuerò
  3. Stazione Orbitante Uno
  4. Materna Luna
  5. Clavius
  6. Il Monolito Di Tycho
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