Roy Harper

Man & Myth

2013 (Bella Union) | songwriter, folk

Parlare di Roy Harper, del suo lunghissimo corso artistico e dell'influenza che ha esercitato su stuoli di musicisti a venire, equivale a ripercorrere quasi mezzo secolo di umori e sensazioni del cantautorato inglese: la stagione del folk revival, le tentazioni progressive ed elettriche a cavallo tra Sixties e Seventies (che coincisero con il periodo artisticamente più fecondo della sua carriera), la virata “pop-rock” negli anni Ottanta, il rientro nei ranghi andando incontro alla fine del Millennio: non c'è stata decade in cui il grandioso cantautore inglese non abbia lasciato traccia della sua arte, tanto più preziosa quanto più ignorata da un pubblico, che ne ha recuperato le gesta con clamoroso ritardo. Sorprende quindi come, nel decennio in cui figure quali Joanna Newsom, Fleet Foxes e Jonathan Wilson non hanno perso l'occasione di citare uno dei pilastri del folk anglosassone come influenza decisiva, la sua figura sia vissuta esclusivamente attraverso la lente dei tanti discepoli, che hanno sicuramente contribuito a propagare il culto. Una crisi d'ispirazione durata almeno una decina di anni, quando, all'avviarsi del nuovo decennio, cominciano finalmente a prendere forma nuove canzoni: l'incontro ("serendipitous", lo definisce lo stesso Harper all'interno del booklet) con il fondatore della Bella Union Simon Raymonde e lo stesso Jonathan Wilson non ha fatto altro che semplificare il percorso che ha condotto alla realizzazione “Man And Myth”, lavoro che in sé reca i segni di una strabiliante rinascita artistica. Mica male, per un settantaduenne scomparso così a lungo dalle scene.

Rinascita sì, ma non spersonalizzazione: per quanto figuri in cabina di regia l'autore di “Gentle Spirit”, attualmente tra i più richiesti produttori nel settore roots/folk (ultimamente al lavoro con i Dawes e i Deep Dark Woods), ogni idea, ogni accordo, ogni singola parola sono piena proprietà dello stesso Harper, il cui slancio creativo lo riporta dritto alla fervida ispirazione degli anni Settanta. Le sette canzoni dell'album risultano pertanto classiche nel senso più nobile del termine, totalmente avulse da ogni precisa collocazione temporale eppure mai ricoperte di muffa: merito del lavoro di Wilson, il quale, più che nei contributi di Jeff Tweedy alla bella ripartenza dell'altro grande disaparecido Bill Fay, dona alle creazioni del britannico spessore e pulizia davvero inusitati.
Nella carrellata di personaggi che si susseguono incessantemente nei cinquantuno minuti dell'album (personaggi che interagiscono con l'universale e l'autobiografico con estrema disinvoltura), lo sguardo di Harper, acuto e penetrante, viaggia tra le relazioni umane, sconfina nel politico (attacca senza pietà banchieri, gossippari e tante altre categorie di personaggi a lui invise), racconta semplici storie di vita vissuta con l'esperienza e la saggezza proprie dei suoi trascorsi. Un manifesto lirico a cui corrisponde una magia compositiva degna della stagione dei suoi capolavori: se commosse ballate come “Time Is Temporary” (giocata anche su un intelligente utilizzo degli archi) o la splendida “January Man” (per chi scrive, la vetta del disco) rimanda ai fasti emotivi di “Flat Baroque And Berserk”, con un pizzico di romanticismo in più che non guasta mai, l'elettricità che serpeggia tra gli arpeggi e le narrazioni di “The Enemy” e “Cloud Cuckoo Land” richiama alla memoria le incursioni più rock e muscolari di “Lifemask”, alle quali si sovrappongono gentili linee jazz e blues, adesso riscoperte da autori che potrebbero essere i nipoti di Harper.

Non vi è però alcuna calligrafia, alcun rimpianto nostalgico nella penna del mancuniano: la grammatica dell'autore gode di una freschezza e di una flessibilità invidiabili, pure nel confronto aperto con la forma espressiva che lo ha “consegnato” alla storia. Lunga, flessuosa, elaboratissima negli interventi strumentali (che paiono quasi dare nuova vita alla gloriosa epoca del folk birtannico), la suite “Heaven Is Here”, spirito progressivo e fascino antico, affronta con ammirevole fluidità l'imponente simulacro di “Stormcock”, offrendone le poderose suggestioni e l'afflato epico in pasto alle nuove generazioni: uno tra i migliori quarti d'ora che possiate ascoltare quest'anno.
E si potrebbe andare avanti con le altre canzoni, ma non se ne sente poi l'urgenza: non sono necessarie più parole delle tante qui spese per accogliere come merita uno dei più importanti ritorni degli ultimi anni. A scapito di tante altre cariatidi da museo, Roy Harper è più vivo che mai; ascoltare per credere.

(19/10/2013)

  • Tracklist
  1. The Enemy
  2. Time Is Temporary
  3. January Man
  4. The Stranger
  5. Cloud Cuckoo Land
  6. Heaven Is Here
  7. The Exile
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