Ryoji Ikeda

Supercodex

2013 (Raster - Noton) | minimal abstract-techno

Otto album in quasi vent'anni, un numero decisamente maggiore di installazioni e performance e un'innegabile lungimiranza nell'interpretare il rapporto fra arte e tecnologia hanno fatto di Ryoji Ikeda la figura forse più rappresentativa del versante concettuale della cosiddetta abstract-techno. Status ulteriormente accentuato dal viaggio controcorrente degli ultimi anni: mentre i vari Senking, Bretschneider e Pixel davano vita alla caduta libera del suono plasmato in casa Raster-Noton, il funambolo nipponico s'inventava il capolavoro multimediale “Superposition”, coronamento pluriartistico della ricerca sul dualismo fra “dati del suono" e "suono dei dati” che lo ha impegnato negli ultimi anni.

“Supercodex” è l'ultima delle articolazioni discografiche in cui Ikeda ha suddiviso quest'ultima, che hanno di fatto segnato l'attuale limite delle possibilità concettuali della techno astratta - definizione che già da tempo sta piuttosto stretta al linguaggio poliedrico e multidisciplinare del giapponese. Un linguaggio che se era stato esposto sotto forma di monumentale trattato sui dati che compongono il suono nel primo “Dataplex”, per poi raggiungere una dimensione di puro concept in quel “Test Pattern” dove erano i dati stessi a “suonare”, trova in questa nuova fatica la meno scontata delle conciliazioni. Il mezzo scelto per identificare i due concetti è infatti la de-strutturazione, la riduzione (per assurdo) ai minimi termini di quel che già era stato scarnificato fino all'essenziale.

In “Supercodex” le conclusioni della ricerca vengono così spinte addirittura oltre le tesi dimostrate in precedenza, facendone il capitolo più estremo e arduo della trilogia. Non c'è traccia di quella luce abbagliante che aveva fatto brillare i circuiti del capostipite della collana, né la gelida perfezione chirurgica dei pattern: al loro posto un assemblaggio di intellighenzia primordiale, intrecciato in seno alla miglior tradizione minimalista e declinato in 20 frammenti di rado superiori ai due minuti di durata. Una meta-opera che è flusso unico senza un principio né una fine, un cerchio di cui ogni brano non rappresenta che una differente angolazione. Variano colori e dettagli - al solito curati a livello microscopico – dal bianco senza ombre del trittico d'apertura alla progressiva cristallizzazione che conduce al cuore pulsante di “Supercodex 8”.

Da lì, il flusso inizia a cambiare una tonalità di grigio via l'altra, giocando su ombre (“Supercodex 13”), glitch allo stato brado (“11” e “12”), qualche numero di terrorismo (“17”) e ricerche del principio primo volte ad aggiornare le innovazioni di “+/-” (“15”, “16” e “20”). Seguendo la natura ciclica del lavoro, il compimento del tutto può essere inquadrato invece in quel “19” in cui si consuma il contatto con l'Alva Noto di “Univrs”, che è pure l'abbraccio fra quelli che sono ad oggi i due grandi superstiti della stagione abstract-techno. Quelli che in barba alla stasi che impera nell'ambiente continuano a ogni disco a portare il Verbo oltre i suoi limiti, l'uno modellando e rimescolando la sostanza, l'altro plasmando periodicamente nuove forme da applicarvi, delle quali “Supercodex” non è che la più recente.
In attesa di un definitivo completamento in arrivo sotto forma di performance multimediale, il Demiurgo dell'elettronica colpisce per la nona volta.

(28/11/2013)

  • Tracklist
  1. Supercodex 01
  2. Supercodex 02
  3. Supercodex 03
  4. Supercodex 04
  5. Supercodex 05
  6. Supercodex 06
  7. Supercodex 07
  8. Supercodex 08
  9. Supercodex 09
  10. Supercodex 10
  11. Supercodex 11
  12. Supercodex 12
  13. Supercodex 13
  14. Supercodex 14
  15. Supercodex 15
  16. Supercodex 16
  17. Supercodex 17
  18. Supercodex 18
  19. Supercodex 19
  20. Supercodex 20
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