Shannon And The Clams

Dreams In The Rat House

2013 (Hardly Art) | garage-revival

Il nome di Shannon Shaw è da qualche tempo tra i più gettonati tra gli appassionati di quella scena californiana che ha recentemente portato al successo Ty Segall (e relativa ghenga) in qualità di golden boy e proprio alfiere vincente. La prospettiva di un nuovo fortunato sdoganamento ha quindi fatto crescere a discreti livelli l’attesa per il terzo capitolo (il quarto, se si considera anche la raccolta di singoli e amenità varie “Scuffle With the Clams”) del gruppo forse più colto e sgangherato del lotto, quello che suona oggi il miglior garage-revival al pari della formidabile accoppiata King Khan & BBQ Show, riuscendo miracolosamente vivo e attuale attraverso un’originale rilettura di formule altrimenti morte e sepolte. Parte del merito va attribuita al singolo apripista “Ozma”, appropriato nel ribadire come dietro gli impeccabili fondali di cartapesta dell’epopea surf-beat batta in fondo un cuore giovane e sufficientemente irrequieto. In questo “Dreams in the Rat House” il ventaglio espressivo di Shannon and The Clams conferma nel ristretto ambito di riferimento tutta l’ecletticità di cui la band è capace, spaziando dalla vitalità tra rockabilly ruspante e girl-group insozzato di “Hey Willy” agli spettri doo-wop usati come arieti nello svenevole incantesimo sixties “Heads or Tails”, senza dimenticare l’inconfondibile candore anni 50 sfoderato a più riprese dalla formosa cantante quasi fosse la sua personale coperta di Linus.

In un genere in cui spesso la caciara e la sporcizia assicurate dai fuzzbox tendono a fare la differenza, qualità uniche come le loro non possono che suonare come autentiche benedizioni alzando tanto l’asticella della proposta quanto quella delle pretese, in coloro che non nascondono il proprio apprezzamento. A risplendere in maniera abbagliante è ancora una volta il superlativo romanticismo assicurato dalla Shaw in qualità d’interprete tutta cuore, tosta quanto delicata, che non indugia in futili pose e conquista i suoi ammiratori con la forza di un sentimento esercitato sempre al riparo dalle tentazioni facili del sentimentalismo. A elevare ulteriormente un coefficiente di suo più che ragguardevole provvede la versatilità del contralto pazzesco di Shannon – potente e sorprendentemente carezzevole, mesmerizzante e capace di un grandioso trasporto emotivo – vero e proprio strumento chiave nella già preziosa dotazione della band.
Non meno efficace per la peculiarità dei Clams è poi la chitarra guizzante di Cody Blanchard, sensazionale miniaturista jangle, mentre a completare il quadro pensa una fedeltà nella resa sonora anche più bassa dei consueti standard del gruppo di Oakland, indispensabile per conferire quella patina di rude approssimazione che è la maschera perfetta per degli abilissimi falsari della citazione come loro. Proprio l’alveo ultrariverberato e acidognolo, assieme alla prodigiosa arte mimetica praticata sullo sfondo di cliché canzonettari troppo a lungo dimenticati, determina quella strana crosta d’incanto virato al rancido che ha reso davvero speciale il sound della formazione californiana.

Frangenti come “The Rat House” vedono Shannon e le Vongole liberare tutta la loro canagliesca weirdness insieme al tono d’irriverente follia nonsense e a un’attitudine punk primigenia. Risiede in questo la purezza del loro garage fuori tempo massimo e necessariamente fuori moda: è il clima ribollente e sotterraneo che innerva le loro bizzarre esplorazioni come un fervore malato ma genuino, contribuendo a dare sostanza e vigore alle impeccabili architetture chitarristiche del filologicamente corretto. Non manca (“Bed Rock”, la nuova – meno convincente – “The Cult Song”) la pagina di cupo e arrembante primitivismo psychobilly in stile Cramps. La band svela così la sua anima più nera. Da sfogo a un sublime temperamento freak senza limitare l’armonia o la coerenza dell’insieme, togliendo anzi credito a chi si ostina a considerarla una semplice combriccola di pur validi artigiani persi nel flusso lezioso dei propri esercizi di stile. Se si esclude il prescindibile filler che chiude il disco con un duetto a suon di ruggiti, “Dreams in the Rat House” si mantiene costantemente su una soglia qualitativa apprezzabile.
Sopra la media “If I Could Count”, memorabile per l’impressionante aderenza formale ai modelli di riferimento e per l’indole passatista eletta a puro emblema identitario. Non meno rimarchevole, tra intimismo e nostalgia, la perfezione easy-listening del ritornello di “Unlearn”, un pezzo assassino come il gruppo ne ha già scritti diversi, autentico capolavoro in cui l’equilibrio tra emotività e finezza non potrebbe approdare a esiti più mirabili. E’ in episodi di questo tipo (lo stesso vale per “The Rabbit’s Nose”) che emerge come, oltre che bravi musicisti, i Clams siano anche eccellenti ideatori di trame pop, fedeli a un’estetica fino alla fine ma sempre e comunque personali e sinceri.

Dopo “I Wanna Go Home” e soprattutto “Sleep Talk” era lecito attendersi il disco della consacrazione, quello che portasse Shannon and The Clams ad aggiudicarsi il jackpot come capitato non solo al già menzionato Segall ma anche, in misura minore, a Mikal Cronin o ai Thee Oh Sees. Non andrà proprio così perché qui manca forse quel pizzico di coraggio in più che le circostanze avrebbero richiesto. Una conferma sostanziale che non aggiunge però nulla di imperdibile ai predecessori. Resta l’impressione di trovarsi al cospetto di un gruppo di caratura largamente superiore alla media, specie in una nicchia dove i veri assi si contano sulle dita di una mano. Shannon e le sue Vongole rientrano nella categoria ma per ora non vanno oltre le dimensioni del mignolo o, volendo essere generosi data la loro indubbia simpatia, dell’anulare.

(09/06/2013)

  • Tracklist
  1. Hey Willy
  2. Rip Van Winkle
  3. Bed Rock
  4. Ozma
  5. In the River
  6. If I Could Count
  7. Rat House
  8. The Rabbit's Nose
  9. Heads or Tails
  10. Unlearn
  11. Into a Dream
  12. I Know
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