The Burning Hell

People

2013 (BB* Island) | songwriter, alt-folk-rock

It takes all kind of people to make a world
from the farmer in the field to the spaceman in space
everybody has a reason, a purpose and place


Lo sa bene Mathias Kom quanto sia sfaccettata la realtà umana, avendola esplorata in lungo e in largo armato solo di pungente ironia (e dell’inseparabile ukulele) nel corso della sua breve ma già significativa carriera di anomalo one-man band: dai signorotti locali di “Tick Tock”, ai dinosauri delle esibizioni da bar in “Happy Birthday”, dai ballerini e i romanzieri di “Baby” ai filibustieri di “Flux Capacitor”, sino ai bulli della scuola nel recente Ep “Old, New, Borrowed, Blue”. Incuriosito e affascinato dalla sorprendente ricchezza di un’umanità squinternata ma sempre avvincente, quasi quanto il Woody Guthrie “fotografo senza macchina fotografica” di “Bound for Glory”, il talentuoso autore canadese alla guida dei Burning Hell ha scritto e confezionato un piccolo album davvero superlativo, assemblando nove ritratti teneri e insieme feroci in un affresco che conserva vividi i tratti peculiari della sua arte effervescente, ma senza precludersi più elevate aspirazioni. Dai rampanti capitani d’industria e avventurieri ai viaggiatori annoiati, dai sognatori destinati a far sempre da tappezzeria ai rapper amatoriali, con il loro senso di onnipotenza pari a quello dei maestri del culto: tra le pieghe di “People”, Kom si diverte a raccogliere e mettere alla berlina manie e tic contemporanei quasi fosse un bizzarro entomologo innamorato del nostro declino. A rendere più amare le sue perlustrazioni, il fatto di includere se stesso senza alcuna scappatoia tra coloro che son sospesi in attesa di dannazione, per aver tradito a giochi fatti gli adulti che sognavano di diventare quando nulla era ancora compromesso.

Musicalmente il disco rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto a quanto di buono già proposto negli ultimi lavori dal collettivo canadese, con una certosina cura del dettaglio e preziose coloriture (spesso appaltate al clarinetto di Ariel Sharratt) che pure non tracimano mai nel macchiettismo bandistico. Buona parte del merito spetta al sound, robusto ma non ridondante (azzarderemmo anche il fatidico “finalmente maturo”), frutto degli esperti Norman Nitzsche e Ramin Bijan, che hanno registrato le nove tracce nel loro studio berlinese. Il riferimento quasi obbligato, questa volta, sembra essere l’Elvis Perkins animato della combriccola “In Dearland” (il western crepuscolare della conclusiva “Industrialists” ma soprattutto “Holydaymakers”, con la sua bella coda chitarristica che coniuga visceralità e misura senza scadere nello sterile virtuosismo di maniera), per quanto sin dalle battute iniziali ci si imbatta in un roots-rock pulito e fragrante à la Counting Crows, con la voce di Kom che ricorda da vicino quella guizzante e furbetta di Mike Doughty. Proprio i Soul Coughing più sofisticati (e meno arditi sperimentatori) sono oggetto di felici reminescenze in “Sentimentalists”, l’episodio più rilassato ma pur sempre ponderatissimo, mentre nei sinuosi corridoi strumentali della successiva “Barbarians”, innervati da una bella verve ludica e circense, è facile riconoscere i migliori Clientele.

Colpisce la precisione, la giustezza di testi al solito fortemente visionari, l’armoniosa coralità di tutti e sette i musicisti coinvolti oltre alla squisita fattura di un folk sposato all’elettricità in una sublime prova di artigianato musicale. I Burning Hell indovinano un’intonazione tra il confidenziale e lo smaliziato oltremodo convincente, resa spesso briosa grazie ai fiati e sufficientemente disinvolta da tenere in un miracoloso equilibrio emotività e calligrafia, riuscendo autentica e trascinante. Il ventaglio di nomi si ampia sino a comprendere in “Realists” i Decemberists e relativi emuli (tipo i tarantolati The Builders and The Butchers), in un quadro rustico con tanto di sax ubriachi (in stile Beirut), mentre l’indiavolata “Amateurs Rappers” ricorda una miriade di formazioni minori ma eclettiche dell’Americana (gli Ohtis, ad esempio) e rappresenta uno dei più brillanti esercizi di stile per il frontman (tra dialoghi sensazionali e parlantina agilissima), che più che cantare eccelle in recitativi a dir poco anguilleschi. All’appello non possono mancare gli Okkervil River più leggeri e disimpegnati (il meraviglioso candore da diorama sixties di “Wallflowers”), quelli in fissa per il jangle-pop sbarazzino. Ovunque aleggia poi il fantasma di un impossibile Bill Callahan espressionista, destinato infine a incarnarsi (“Travel Writers”) in un numero di spiazzante, superbo mimetismo: l’aderenza al modello è totale, pesantissimi i debiti, anche se letto alla stregua di un omaggio lo si può perdonare e apprezzare come la bella illusione che è in fondo.

Alla sesta impresa sulla lunga distanza, Mathias Kom si è insomma lasciato alle spalle il pur felice bozzettismo folk cui pareva voler asservire per sempre i suoi Burning Hell. Ha messo da parte ogni tentazione “balcanica”, assieme ai toni cupi o troppo angusti di certe pagine del passato. Ha tagliato di netto le soluzioni più astruse del proprio repertorio per trarre forza dalla semplicità delle nuove trame. Il proposito era quello di un disco più ambizioso e nel contempo accessibile: esame superato a pieni voti.

(28/08/2013)

  • Tracklist
  1. Grown-ups
  2. Holidaymakers
  3. Amateur Rappers
  4. Realists
  5. Sentimentalists
  6. Barbarians
  7. Wallflowers
  8. Travel Writers
  9. Industrialists






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