These New Puritans

Field Of Reeds

2013 (Infectious) | avantgarde, post-rock, modern classical

La difficoltà per i britannici These New Puritans del dopo “Hidden”, e soprattutto per il leader Jack Barnett, sempre più incaponito nel trovare la sua giusta vocazione stilistica, giustifica appieno, e pure surclassa, lo stereotipo del “difficile terzo album”. “Hidden” conteneva in sé diversi raggiungimenti: l’uso dell’orchestra, delle voci e dei cori, una resa decostruita degli stilemi colti. “Field Of Reeds” semplicemente va oltre. Ancor meno imparentato con la musica rock rispetto al predecessore, e anni luce dall’esordio nu wave di “Beat Pyramid”, il loro nuovo parto si distende in soundscape orchestrali e vocali ancor meno catalogabili e ancor più freddamente meditate, astrattamente composte.

La breve toccata per piano, ottoni e dispositivi elettronici di “The Way I Do” è una semplice anticipazione. Ottoni gravi, tremoli d’archi e voci da messa nera dipingono l’espressionistica “Spiral”, dapprima dialogo-miraggio tra coro di voci bianche e cantante, quindi un concertino di legni da camera ruba la scena e ne disperde i segni. La sordina di voci, piano e archi di “The Light In Your Name” ha anche meno vita (dissonanze sfumatissime, impastate tra orchestra e strati di elettronica, voce amorfa, percussioni rade), la seconda voce femminile dà l’illusione di dare forma a quest’atmosfera da sabba, ma è infine un pattern di rullante di batteria a dare il vero sostrato armonico. La complessità non viene meno neanche nella più breve “Dream”, inno sussurrato da una voce femminile con accompagnamento puntinistico casuale, e un grande uso del cromatismo timbrico.

“Nothing Else”, la più altamente raffinata e quella col minimo grado di svolgimento musicale, è un improbabile collage di tromba solitaria, ensemble d’archi e un’aria a due voci che ricorda un duetto tra Robert Wyatt e Alfreda Benge. Il lungo lied per piano, voce e coro di “V” è forse il momento dove meglio si concretano le intenzioni di questa nuova ritualità. Assai libera nei registri e nello svolgimento, la pièce è presto affiancata dagli spasmi alieni della tastiera e dalla possente batteria, in un balletto arcano. Il tema cinematico che pian piano germoglia rende ancor più disorientante e ipnotico il tutto. Cori gregoriani che fronteggiano un canto senza ormai più forze nella title track roteano in una rilettura cosmica della “Starsailor” di Tim Buckley, con parentesi di tastiere Tortoise-iane.

Quasi facile, in confronto, è la cavatina in forma di romanza di “Fragment Two” accoppiata a una nenia da Thom Yorke spompatissimo, intervallata da mormorii sinfonici e di voci, ad ampliarsi poi negli ottoni e nella batteria sincopata. Unica accelerazione “adrenalinica” dell’opera è quella di “Organ Eternal”, un modulo minimalista alla Penguin Cafe Orchestra che si propaga con pochissime variazioni (e addizioni di suoni casuali) fino a spezzarsi in una sonata jazzy e a resuscitare lento e agonizzante, accompagnato da archi e fiati maestosi.

Non è solo un test di coraggio anti-radiofonico, che peraltro consacra Barnett come nuovo reginetto intransigente - alla maniera di Mark Hollis - della nobile stirpe dei post-rocker britannici (se “Hidden” era il loro “Spirit Of Eden” questo è il loro “Laughing Stock”), ma anche un mirabile esempio di composizione orchestrale che annulla l’idea di ritmo musicale, e fa implodere fino al vuoto il ritmo globale, un concerto per umori tetragoni, e una collezione di requiem sinfonico-vocali cubisti. Lamentazioni come creazioni d’avanguardia, spesso generate da poche note di pianoforte, che contengono un alto potenziale di tensione e colori, rilasciati e diluiti poco a poco. Un organico da “sinfonia dei mille” di Mahler: Barnett suona di tutto e di più (co-produce, come per “Hidden”, assieme al benemerito Graham Sutton), poi un George Barnett alla batteria che si tira eroicamente da parte (si ode per una decina di minuti in tutto l’album, ma suona anche il vetro), la cantante jazz Elisa Rodrigues, il “basso profundo” Adrian Peacock, una folta schiera di strumentisti da camera (notevole Andrew McPherson al "magnetic resonance piano"), sei solisti (direttrice: Micaela Haslam) e un grande coro misto.

(01/06/2013)

  • Tracklist
  1. The Way I Do
  2. Fragment Two
  3. The Light in Your Name
  4. V (Island Song)
  5. Spiral
  6. Organ Eternal
  7. Nothing Else
  8. Dream
  9. Field of Reeds
These New Puritans su OndaRock
Recensioni

THESE NEW PURITANS

Expanded (Live At The Barbican)

(2014 - Infectious)
Un vasto ensemble esegue dal vivo il capolavoro della band inglese

THESE NEW PURITANS

Hidden

(2010 - Angular/ Domino)
Il secondo album della formazione britannica all'insegna di una sorta di meta post-hip-hop

THESE NEW PURITANS

Beat Pyramid

(2008 - Domino)
Il ruvido e angolare math-rock del quartetto londinese

These New Puritans on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.