Tindersticks

Across Six Leap Years

2013 (City Slang) | chamber-pop

Siamo sicuri che dietro una compilation celebrativa si nasconda una mera operazione-nostalgia? Tendenzialmente sì. A volta la povertà d’idee e un’ispirazione prosciugata possono indurre all’escamotage della raccolta-punti. Questione di necessità, oppure furberia, ma anche una sottile forma di narcisismo nel dire qualcosa di già detto, pur di non accettare serenamente una fase di transizione.
Chi ha assistito a un live dei Tindersticks può avere un attendibile metro di valutazione per comprendere il senso di “Across Six Leap Years”, senza cadere nella tentazione di bollare il tutto come evitabilissimo dejà vu, ma afferrando il senso del dono. Un dono che la band ha deciso di farsi, attraversata dal fluire esistenziale, connotato, come spesso accade, da presunte fini coincidenti, in realtà, con nuovi inizi – come dimostrato nel 2012 da “The Something Rain”, album della conciliazione – recuperando alcune tracce neanche troppo smarrite e andandole a registrare presso lo Studio 2 di Abbey Road, senza cadere nella tentazione di farsi immortalare in posa storica.

La verità è che quando Stuart A. Staples si accosta al microfono, l’atmosfera comincia a dilatarsi sino a una vellutata rarefazione, nel mentre gli archi profondono effluvi di una bellezza invincibile e decadente. Ma il risvolto della medaglia è, al contempo, una costante tensione emozionale, una zona d’ombra che permane quale croce altrettanto intensa della magnifica delizia, resa con perfetta elettrificazione.
Se questa è la sintesi di un mood sempre identico a se stesso, pur nella moltitudine inaudita di avvolgenti sfumature, nello specifico il materiale recuperato spazia dai lavori solisti di Staples a brani più o meno storici, gemme nascoste, scelte insolite.

Chi ha amato “Lucky Dog Recordings”, primo album solista di Staples, uscito nel 2005, apprezzerà l’eleganza appena più fragile conferita alla ballata d’apertura, “Friday Night”, una vertiginosa rumba al rallentatore ottima per sonorizzare bellezze e dannazioni, proseguendo, poi, con l’ispirata indolenza di “Marseilles Sunshine”, epurata dal timor panico della registrazione originale, per cedere il passo alla grazia degli archi.
Andando a ritroso sino al 2001, si arriva a “Dying Slowly”, crocevia di grandi citazioni: dal songwriting del più luminoso Cohen alla voluttà affettata di un Signor Ferry, con l’aggiunta di un più presente pianoforte teso a limare qualche asperità.

Sul finale, una breve parentesi sulla notte e i suoi demoni, con una doppia citazione dal secondo album omonimo del 1995: “Sleepy Song”, cantata con tono meno dimesso, come ad aver imparato a camminare con maggior destrezza tra le tenebre, e “A Night In”, meno appariscente di un’intoccabile ed eternamente bellissima “No More Affairs” – scelta scontata - ma psicodramma altrettanto intenso, ai limiti di una visionaria, edulcorata poetica à-la Lee Hazlewood, che, produttore del primo album, nel 1993, pose un irripetibile sigillo alla band.
In chiusura, “What Are You Fighting For?”, il prezioso 7” in edizione limitata del 2008, riprende vita in un mutevole tappeto di foglie che, dall’autunno dell’originale, cambia colore nella dolcezza di un’avvolgente primavera.

Sulla soglia del disincanto, in un tempo in cui l’Amore diventa un’ossessione vacua e patinata, Stuart A. Staples e i suoi compagni d’inquietudine ci riportano al miraggio di una densità sussurrata, di un’attrazione magnetica, di una complessità vertiginosa, nella penombra di un eterno, irrinunciabile antagonismo dei sensi e dei sessi.

(11/11/2013)

  • Tracklist
  1. Friday Night
  2. Marseilles Sunshine
  3. She's Gone
  4. Dying Slowly
  5. If You’re Looking For A Way Out
  6. Say Goodbye To The City
  7. Sleepy Song
  8. A Night In
  9. I Know That Loving
  10. What Are You Fighting For?
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