Vandaveer

Oh, Willie, Please...

2013 (Quackmedia / Alter K) | murder ballad, folk-country

Willie parlava d’amore, quel giorno, sulla riva del fiume. Ma, al tramonto, le sue mani erano rosse di sangue. Una proposta di matrimonio rifiutata, una lama affondata nel candore della carne. E le acque che scorrono lontano, come se potessero lavare l’anima.

Lei aveva avuto solo il tempo di un’ultima implorazione: “Oh, Willie, Please…”. Quelle parole, tramandate attraverso le note di “The Banks Of The Ohio”, sono diventate il titolo del nuovo disco di Mark Charles Heidinger, meglio noto come Vandaveer. Un disco che rende omaggio alla lunga tradizione delle murder ballad partendo proprio da quel nome, Willie, protagonista di alcune delle più celebri canzoni d’omicidio del repertorio americano, da “Pretty Polly” a “The Knoxville Girl”.

 

Tutto è iniziato con la partecipazione a un progetto molto particolare, “The 78 Project”, in cui a ogni artista viene offerta la possibilità di registrare un brano della tradizione folk direttamente su disco, utilizzando un microfono originale degli anni Trenta. Heidinger e la sua inseparabile compagna d’avventura, Rose Guerin, hanno deciso di interpretare “The Banks Of The Ohio”. “È stata dura scegliere una canzone sola: avevamo un sacco di idee e quasi tutte rientravano nella categoria delle murder ballad”, raccontano. Da lì a buttarsi nella realizzazione di un intero album di murder ballad, il passo è stato breve. Del resto, le canzoni d’omicidio sono sempre state nelle corde di Vandaveer, sin dal racconto a tinte scure di “Marianne, You’ve Done It Now...” che compariva nel suo disco d’esordio “Grace & Speed”.

Così, Mark e Rose hanno deciso di andare nel cuore del Kentucky, in una fattoria carica di storia: “Volevamo uno spazio che fosse tanto antico quanto le canzoni che stavamo registrando. Ci siamo scambiati storie con quelle mura, facendo rimbalzare il suono da una stanza all’altra”. Con J. Tom Hnatow dei These United States e Phillips Saylor degli Stripmall Ballads a completare la formazione del gruppo, è bastata una settimana per dare vita al quarto album targato Vandaveer, sempre con il fido Duane Lundy alla consolle.

 

Sin dai profumi agresti di “The Banks Of The Ohio”, la leggerezza solo apparente delle canzoni di “Oh, Willie, Please…” fa da contraltare all’oscurità dei racconti, inseguendo le suggestioni southern gothic degli Handsome Family. Il banjo appalachiano di “Pretty Polly” si insinua senza lasciare scampo, ma è l’incalzare del ritmo a scandire la tragedia, mentre le voci di Mark e Rose si intrecciano nel continuo alternarsi di prospettiva tra vittima e carnefice.

Il pensiero, parlando di murder ballad, corre inevitabilmente a Nick Cave, moderno cantastorie di assassinii per eccellenza. Ma Heidinger non teme il paragone e paga anzi un esplicito tributo al songwriter australiano sulle note della danza macabra di “Henry Lee”. Cave, del resto, non è l’unico nume tutelare del disco: tra le cronache che riemergono dalle nebbie del tempo, il Tom Waits di “Alice” presta a Vandaveer la sua “Poor Edward”, dedicata alla storia di Edward Mordake, l’uomo con due facce che scelse il suicidio pur di liberarsi del suo gemello diabolico. Come in un inquietante circo vittoriano, il tono si fa più spettrale che mai, su uno sfondo di fremiti di violino.

 

Vandaveer risale lungo l’albero delle genealogico che congiunge le murder ballad al folklore irlandese: storie dalle radici comuni che si declinano con accenti diversi, tra il lirismo di “Down In The Willow Garden” e la pedal steel che accarezza il duetto con Phillips Saylor in “The Knoxville Girl”. Il timbro caldo e vibrante di Rose Guerin conquista il centro della scena in “The Railroad Boy” e “The Drunkard’s Doom”, mentre i volteggi di valzer di “The Murder Of The Lawson Family” sembrano voler evocare il Titanic dylaniano per raccontare di come Charlie Lawson, nel giorno di Natale del 1929, uccise ad uno ad uno la moglie e sei figli, dopo aver fatto indossare loro gli abiti della festa.

Direttamente dalle pagine dell’“Anthology Of American Folk Music”, una scheletrica “Omie Wise” rivela come l’essenza di “Oh, Willie, Please…” vada oltre la semplice rievocazione di crimini passionali del passato. La gelida lucidità dello sguardo che John Lewis rivolge alla sua vittima porta con sé un male più profondo: “Little Omie, I'll tell you my mind/ My mind is to drown you and leave you behind”.

“Dalle storie di fantasmi ai miti delle creazione, da “C.S.I.” a Shakespeare, dal voyeurismo dei notiziari a Edgar Allan Poe, la morte, l’omicidio e tutte le cose più orribili hanno affascinato e spaventato per secoli”, riflette Heidinger. “Nonostante il nostro desiderio collettivo di essere buoni e virtuosi, la gente fa cose molto brutte. E poi le racconta in una canzone”. Le murder ballad, in fondo, servono a questo: abbiamo bisogno che le storie sopravvivano, per permetterci di guardare allo specchio il nostro lato oscuro. E per imparare ad affrontarlo.

(04/05/2013)

  • Tracklist
  1. The Banks Of The Ohio
  2. Pretty Polly
  3. Omie Wise
  4. The Railroad Boy
  5. The Murder Of The Lawson Family
  6. Mary Of The Wild Moor
  7. The Knoxville Girl
  8. Down In The Willow Garden
  9. The Drunkard’s Doom
  10. Poor Edward
  11. Henry Lee

 

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