Veils

Time Stays, We Go

2013 (Pitch Beast) | pop-rock

Spesso si sente parlare di band "sottovalutate" e altrettanto frequentemente questo aggettivo viene affiancato ai Veils; in parte può essere vero, ma la band di Finn Andrews non è propriamente esente da colpe per non aver raggiunto finora grandi traguardi. Arrivano all'uscita di questo nuovo album "Time Stays, We Go" senza che le luci dei riflettori siano puntate particolarmente su di loro, complice anche il discontinuo "Sun Gangs", ultimo lavoro datato 2009. Da allora ci sono stati alcuni significativi cambiamenti nella vita della band neozelandese (ma con base a Londra): il primo è l'abbandono dopo nove anni della Rough Trade e la fondazione di una propria etichetta, Pitch Beast, con la quale pubblicano il nuovo album, dopo l'Ep del 2011 "Troubles Of The Brain"; il secondo è l'ingresso in pianta stabile nel gruppo di Uberto Rapisardi, il cui organo hammond ritroviamo spesso e volentieri nell'album.

Finn Andrews, figlio del tastierista degli Xtc, non si è di certo risparmiato nel processo compositivo, realizzando un centinaio di canzoni, dalle quali sono state poi selezionate le dieci che compongono il disco, anche grazie all'apporto di Nick Launay (produttore fra gli altri di Nick Cave & The Bad Seeds e Yeah Yeah Yeahs) e Adam Greenspan, alla quale è stata affidata la produzione dell'album, mentre Bill Price (Clash, Jesus & Mary Chain) si è occupato del missaggio.
Lo sferzante organo elettrico di Rapisardi introduce il brano che apre il disco, la cavalcata "Through The Deep, Dark Wood", primo singolo estratto e probabilmente miglior brano del lotto.

Specialmente nella prima parte, i Veils riescono, partendo già dalla copertina del disco, a creare un immaginario cinematografico che molto rimanda ai classici western e al loro reprise tarantiniano. Brani come "Dancing With The Tornado" e la ballata blues "Candy Apple Red" sembrano scritti appositamente per accompagnare immagini di praterie desolate e anime solitare sul grande schermo, con il tremolo delle chitarre pronto a sostenere le scene. Proprio le ballate, che nel disco precedente costituivano la parte più debole, si prendono la loro rivincita, grazie a episodi come la già citata "Candy Apple Red" o l'ondeggiante "The Pearl", batteria costantemente mid-tempo e una lussureggiante chitarra a sorreggere la graffiante voce di Andrews, mentre declama le virtù della perla "19enne in blue jeans". Anche l'amore, con il tamburello di "Sign Of Your Love" a scandirne l'incedere, è cantato con la malinconica decadenza, con il garbo con cui ci si rivolgerebbe alla Cardinale di "C'era una volta il West".

Nonostante un paio di passaggi a vuoto ("Birds", "Another Night On Earth"), dentro "Time Stay, We Go" possiamo scorgere una certa presa di coscienza del compositore neozelandese rispetto ai suoi trascorsi artistici, l'invito a non guardarsi più indietro ("we know there's no turning back", canta in "Train With No Name") e proseguire oltre; sia chiaro che non parliamo di rinnegamento, ma solo della voglia di proseguire con convinzione un percorso intrapreso anni addietro. A dieci anni circa dall'esordio, infatti, Andrews, ritrovatosi nel pieno della propria maturità artistica e dopo i numerosi cambi di line-up, azzecca finalmente la formula che gli permette di realizzare il miglior disco della sua carriera. E forse, di scrollarsi di dosso una volta per tutte l'etichetta di "sottovalutato".

(26/04/2013)



  • Tracklist
  1. Through The Deep, Dark Wood
  2. Train With No Name
  3. Candy Apple Red
  4. Dancing With The Tornado
  5. The Pearl
  6. Sign Of Your Love
  7. Turn From The Rain
  8. Birds
  9. Another Night On Earth
  10. Out From Valley & Into The Stars
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