Warm Soda

Someone For You

2013 (Castle Face) | garage-pop

Tra gli alfieri della fortunata onda garage di ritorno nella Bay Area di San Francisco, si segnala in notevole ascesa il nome di Matthew Melton, baffo retrò à-la John Holmes e occhi “che non sorrisero” incastonati in un fisico lungagnone che pare il calco esatto del Joey Ramone degli anni d’oro. Un parallelo iconografico avvalorato dall’immancabile giubba di pelle nera, la stessa che Matt indossava nella natia Memphis, quando ancora andava a ripetizioni dal caposcuola Jack Oblivian assieme a promesse del calibro di Alicja Trout e Jay Reatard.
Stanco della faticosa gavetta in compagini marginali del circuito locale, il Nostro scelse di imbarcarsi presto nel proprio “illusorio sogno californiano” al timone di una scalcinata combriccola, gli Snake Flower (con, tra gli altri, l’ex-Barbaras Cole Weintraub) che naufragò presto per motivi sentimentali. Il cuore infranto offrì a Melton nuove motivazioni affidate alla formazione replica Snake Flower II, la parola “rinnegato” in bella vista nella cover dell’esordio sopra la foto della Datsun bianca, profumo di anni Settanta e libertà nello stereotipo di un sogno a occhi aperti.
A condire il primo modesto successo, una sensibilità ad ampio raggio. Dai T-Rex melodici di “Beard Of Stars” alla psichedelia dei Love e degli Electric Prunes, dal folk di Dylan ai Big Star, chitarre rubate all’Oblivian dei Reigning Sound, squassate con impeto primitivista e registrate sul più pulcioso dei quattro piste. Solo un altro passo e nacque la sua creatura fortunata, Bare Wires, con la conferma delle stesse coordinate di massima e l’identica attitudine cruda ma onesta. Con loro quattro dischi di qualità crescente in altrettanti anni fino al pretestuoso epilogo, le colpe di una noia tutta propria addossate ai compagni di turno senza troppi riguardi.
A sbugiardarlo pensa oggi involontariamente proprio l’esordio del nuovo gruppo Warm Soda, “Someone For You”. Una manciata di secondi adrenalinici subito in avvio, con la voce registrata al solito molto alla buona, per il più scontato dei “dove eravamo rimasti”.

Ed è ancora fermo a quell’approccio tenero e diretto il buon Matt, a quel sound sabbiato ma sostanziale, solo studiato un tantino meglio. Furbo per come mette in tiro la bassa fedeltà della casa, ma non abbastanza da riuscire a intortare i più smaliziati. Nel suo fare ragguardevolmente ruffiano, la sopravanzante title track incarna la quintessenza dei felici automatismi meltoniani, tra riff rutilanti, tempestivi assoli al fulmicotone e quel cantato indeciso tra tedio e pose languide, ancora nel segno della ruvidezza. La faciloneria sempre più conclamata nei refrain offre la prova tangibile di un ulteriore – minimo – scarto espressivo, insieme ai ritmi tendenti alle impennate e ai minutaggi ormai ridotti al lumicino.
Ha scarnificato il suo songwriting il ragazzo del Tennessee, e già punta a un’idea bruciante di easy listening esasperata dal rumorismo alla moda. Efficace senz’altro, sincero mica tanto. Stilemi hard-rock liofilizzati trovano la giusta dissimulazione in un mix che impasta la platealità un po’ tamarra di certe sgangherate band dei novanta con l’opportunismo fattivo e la farina doppio zero dei veri campioni dell’indie recente. Se la cartavetro delle chitarre riporta quasi per necessità al marchio Oblivians e quel basso felpato dovrebbe avere il copyright Buzzcocks, il battito minimale che si atteggia a drum machine sembra infatti copiaincollato tale e quale da “Is This It”. E’ ancora “Someone for You” a guidare una pattuglia di canzoni che tradiscono ad ogni livello debiti pesantissimi nei confronti dei primi Strokes, dando seguito a quel paio di episodi che nel testamento fasullo “Idle Dreams” già apparivano precise avvisaglie di una virata stilistica. “Waiting For Your Call”, caso limite, rasenta il plagio.

Con la T-shirt degli Urge Overkill nascosta quasi con vergogna sotto il vissuto Schott nero, il citazionismo di Matthew Melton si prepara a diventare senza grandi complimenti un revival del revival. Strategia che non potrà mai dirsi al riparo dalle critiche dei puristi, anche se non è improbabile che alla fine possa rivelarsi remunerativa. La cricca di giovani slacker denominata Parquet Courts ha già tentato l’azzardo qualche mese fa e con discreto profitto, viste le regali benedizioni dell’oracolare Pitchfork. Chi abbia seguito le peripezie della canaglia baffuta sin da prima del suo trasloco a Oakland non potrà che registrare come dello spirito grezzo degli esordi non siano rimasti che l’abbigliamento e una certa simpatica sfrontatezza.
Contrariamente a tutta questa sfilza di preamboli, l’indirizzo semantico del disco tende però più al pop che al rock. E a poco valgono le smentite del frontman, quando disconosce ogni parentela per la sua ambigua “Lola” con l’omonima drag-queen cantata dai Kinks. Il finale pirotecnico esalterà pur fuori tempo massimo i cuori garage dei recenti trascorsi, ma le inflessioni glam enfatizzate qui come nell’eloquente “Jeanie Loves Pop” spostano con una certa prepotenza la barra verso i languori iperglicemici di metà anni 70. Tra chitarroni abbacinanti e sovraesposti, il teatro si è fatto per forza ammiccante. Una strizzatina d’occhio sulla sua bella faccia di bronzo e quotazioni, come detto, in deciso rialzo.

Queste sue affilate e squillanti canzoni frizzano per un istante prima di svanire per sempre come fate morgane analcoliche. Così almeno recita l’etichetta, sicuramente bugiarda: mezz'ora scarsa è più che sufficiente per una sbornia con tutti i crismi.

(25/05/2013)

  • Tracklist
  1. Violent Blue
  2. Someone for You
  3. Jeanie Loves Pop
  4. Spellbound
  5. Strange As It Seems
  6. Waiting for Your Call
  7. Stargazer
  8. Diamond Ring
  9. Only in Your Mind
  10. Busy Lizzy
  11. Sour Grapes
  12. Lola
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