Yaya

Cruel Picture

2013 (Mirrorball) | songwriter, art-pop

Sì, è vero che in questi ultimi tempi è stato un buon parlare di k-pop, hallyu wave, musica coreana ecc. La ribalta agli onori della cronaca di uno come Psy non ha fatto che intensificare il dibattito e ampliare il bacino d'utenza, al punto che anche chi soltanto il giorno prima era totalmente a digiuno di Corea del Sud e suoi ambienti artistici annessi, ha ritenuto necessario dire la sua a riguardo. Giusto e sbagliate che siano le posizioni e le argomentazioni addotte, nella maggior parte dei casi non hanno fatto altro che grattare la superficie, indagare una scena (quella dell'intrattenimento su larga scala) sì di largo peso in madrepatria, ma tutto sommato circoscritta, se rapportata al florido sottobosco che da anni sta mostrando con grande caparbietà tutto il suo valore.
Sorvolando suoi pochi nomi in grado di giungere alle orecchie dei musicofili occidentali più esigenti (Okkyung Lee, Youn Sun Nah ecc.), in particolare la fertile scena cantautorale negli ultimi tempi sta dando prova di considerevole vitalità e inaspettato mordente, grazie a un nugolo di versatili e spigliate autrici femminili che con scatto felino da tempo sta impartendo lezioni di stile. Il furbo e svelto electro-writing di Neon Bunny, la dolce accoglienza di Yozoh, le fogge più classiche e impressioniste di Han Hee Jeong: ognuna a dare il proprio twist al filone, a differenziarsi di classe dalle altre. Eppure, nessuna ancora sembra possedere le grandi qualità di un nome forse più defilato, ma che quanto a proposta non teme la benché minima concorrenza.

Musicista di formazione classica, con un passato in ambito jazz tra la Corea e il Giappone, dotata di un interesse nei confronti dell'arte a tutto tondo (la signorina in questione, a giudicare dal suo curriculum, si occupa anche di produzione e grafica, è coinvolta nel campo della moda, concepisce lei stessa ogni singolo aspetto delle sue performance e della propria musica), Yaya, ignoto il suo nome reale, è forse la più interessante figura a essere emersa negli ultimi tempi dalla penisola asiatica, una voce che lasciare nell'indifferenza sarebbe un crimine bello e buono.
Eclettica, curiosa, appassionata, al canone a tinte pastello di tanti colleghi l'autrice contrappone un approccio alla forma-canzone vibrante ed eterodosso, in cui ogni singolo frammento rende giustizia alla molteplicità di interessi della musicista. Ricondurre il tutto a coordinate univoche sarebbe quindi fuorviante, falserebbe del tutto la lettura: dalla psichedelia al trip-hop, dal cabaret al pop francese, Yaya approfondisce e si riappropria con avvincente naturalezza di ogni aspetto e genere sul quale mette mano, fugando l'effetto mischione senza grandi patemi. Anche in caso contrario, non ci sarebbe stato comunque alcun pretesto per preoccuparsi.

Con quella voce ipnotica eppure grintosa, a dichiarare a caratteri cubitali tutta la propria malleabilità, la songstress coreana, tra rapidi quadretti e lunghe digressioni mélo, concepisce un idioma sinuoso e intrigante, in gran parte giocato sulle avvolgenti coloriture vocali della sua titolare. Se il carrarmato del disco viene posto ad inizio scaletta (quella “Truth” dalle impressioni bristoliane, ripresa poi in una versione editata alla fine dell'album), non da meno sono i restanti pezzi: le increspature parigine di “Murderer's Song”, psych-pop d'alta sartoria (anni luce dalle svenevolezze gratuite imperanti in ogni dove), o le cadenze gitane dell'ottima “Ghost”, brano di lancio dell'album, sventano il pericolo di un lavoro pieno di filler, che anzi trova nell'alta media qualitativa il suo maggior punto di forza.
Non traggano in inganno le apparenti leggerezze di “Skill Of A Cat”, frizzante numero da avanspettacolo, o lo spumeggiare sornione di “I'm A Snake”, tutto impostato sul tiro brioso della tastiera. In realtà, sono semplici (quanto divertenti) espedienti a inframezzare discorsi di ben altro tenore. Il battito fosco di “Destroyer” disegna traiettorie hip-hop impossibili sotto a un canto d'infinito struggimento, le sottili frastagliature vocali che irrompono in “Sad Waltz” aprono sipari drammatici su partiture di placida malinconia cameristica, mentre il passo di tango di “Festival” si perde nella nebbia, incalzato ai fianchi da crescenti muraglie di suono dal sapore avant.

Tutt'altro che un ascolto dai risvolti facili e faciloni, in conclusione. “Cruel Picture” è lavoro che richiede attenzione e dedizione, per un'ora di sensazioni che non sbiadiscono al confronto con gli attuali modelli occidentali. Fosse nata in Scandinavia o frequentasse gli ambienti più cool della Grande Mela, il suo nome non sarebbe passato inosservato: non compiete, insomma, l'errore di sottovalutarla.

(18/12/2013)

  • Tracklist
  1. Murderer's Song
  2. Truth (ft. Shin Yoon Cheol)
  3. Destroyer
  4. Fiction
  5. Red Devil's Woman
  6. Ghost (ft. Shin Yoon Cheol)
  7. Sad Waltz
  8. Skill Of A Cat
  9. Festival
  10. Nightmare
  11. Blue Bird
  12. I'm A Snake
  13. Red Witch
  14. Truth (radio edit ver.)
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