Yeah Yeah Yeahs

Mosquito

2013 (Interscope) | synth-pop

C’era un tempo in cui la poliedrica e stilosa Karen Lee Orzolek faceva discutere, a tratti ponendosi persino in maniera vagamente oltraggiosa. Nata in Corea del Sud (da madre coreana e padre polacco), ma newyorkese di adozione, da molti considerata un fenomeno sexy, una sorta di ibrido fra Siouxsie e Debby Harry dei Blondie, è stata in grado di costruirsi una credibilità così forte da essere ricercata da artisti di grandissima fama e ospitata in dischi epocali del nuovo millennio, quali “Embryonic” dei Flaming Lips e l’ancor più recente “The Seer” degli Swans.

Oggi torna, con la sua band, a quattro anni da “It’s Blitz”, con dodici mesi di ritardo sul consueto tabellino di marcia, considerato che i primi tre album degli Yeah Yeah Yeahs (tutti forti di nomination ai Grammy Awards nella categoria “Best Alternative Album”) erano usciti a un triennio di distanza l’uno dall’altro.
Dopo l’apprezzato “Fever To Tell”, pubblicato nel 2003 e illuminato dal singolo “Maps”, entrato di prepotenza in tutte le hit-chart dello scorso decennio, gli YYY avevano parzialmente deluso le attese con “Show Your Bones” (2006), salvo poi riguadagnare autorevolezza nel 2009 con “It’s Blitz”, nonostante le sonorità sorprendentemente leggere ed a tratti smaccatamente dance.

“Mosquito” ripete per certi versi la parabola di “Show Your Bones”, non riuscendo però a mantenerne il buon livello complessivo: seppur non manchino momenti brillanti, la nuova prova ripropone la consolidata formula “synth pop + chitarre”, senza alcuna particolare innovazione e con più di qualche riempitivo.
La prima parte dell’album è incentrata sulla patinata aggressività del singolo trainante “Sacrilege”, il miglior ponte possibile col disco precedente, e della title track “Mosquito”, non proprio il massimo dell’originalità: due tracce intense, ben costruite, un tantino ripetitive, ma senz’altro in grado di coinvolgere la base dei fan. Accanto a loro prendono posto la cupa “Subway”, la movimentata “Under The Earth” e la più convincente “Slave”.  

La parte centrale dell’album è la meno interessante, e vede negli slanci vocali di “These Paths” l’unico episodio degno di attenzione. Seguono la tirata “Area 52”, che cerca in maniera un tantino forzata di aggiungere uno spicciolo di abrasività, e la sbandierata collaborazione con Kool Keith/Dr. Octagon, ospite in un verso di “Buried Alive”, prodotta da James Murphy degli LCD Soundsystem: un notevole dispiegamento di forze che non riesce a soddisfare completamente le altissime aspettative.
In questa zona del disco la band naviga a metà strada fra alt-rock e club-dance, in tipico Manhattan Style: brani buoni per andare in heavy rotation in tutti i locali downtown, ma che difficilmente resteranno memorabili nella discografia del gruppo.

Dopo la trascurabile “Always”, è nell’accoppiata finale che si celano i momenti qualitativamente migliori dell’intero album: a dispetto del tono inizialmente dimesso, “Despair” si impone come composizione di alto livello, con il suo crescendo epico, il finale glorioso imperniato su chitarre e batteria in levare, la straordinaria esecuzione vocale di Karen O, che lascia comprendere quanto gli Yeah Yeah Yeahs sappiano ancora comporre ed eseguire episodi importanti. È lo zenit del disco, e vi fa seguito la chiusura romantica di “Wedding Song”, dedicata da Karen al marito Barnaby Clay, sposato nel 2011 dopo un lungo fidanzamento, sul quale si va a spegnere con eleganza un lavoro disomogeneo e non completamente a fuoco.

Sarà la sindrome d’indefinitezza da album pari, ma oggi gli YYY sono una band che tende più a rassicurare che a sorprendere: una scelta deliberata, che innesca un inevitabile processo di normalizzazione, probabilmente figlio di quella sopraggiunta maturità che affievolisce il fuoco adolescenziale. Impossibile non avvertire quanto “Mosquito” sia disseminato di filler, rimanendo a metà del guado tra musica di consumo e ricerca di un (art) alt-rock alla quale la bella Karen ci aveva abituati sin dagli esordi.
Siamo ben lontani da quando la signora si poneva come oggetto semi misterioso, inafferrabile, pseudo-rivoluzionario: oggi Karen O non colpisce più, non spiazza più, non fa più discutere, ed anche musicalmente tutti gli spigoli si sono trasformati in confortevoli carezze. A voi decidere se tutto ciò possa essere considerabile un pregio o un difetto.

(10/04/2013)

  • Tracklist
  1. Sacrilege
  2. Subway
  3. Mosquito
  4. Under The Earth
  5. Slave
  6. These Paths
  7. Area 52
  8. Buried Alive
  9. Always
  10. Despair
  11. Wedding Song
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