David Virelles

Mboko

2014 (Ecm) | jazz

Il trentenne David Virelles, cubano di nascita ma americano di adozione, si è imposto, con soli due album al proprio attivo, come uno dei pianisti più personali del nuovo jazz. Il suo percorso artistico è senz'altro singolare. Trasferitosi dapprima in Canada, nel 2001, per studiare musica, virò immediatamente dopo alla volta degli Stati Uniti, su invito di Henry Threadgill (sassofonista fondatore degli Air) per perfezionarsi in composizione. Divenne in brevissimo tempo conteso tra gli esponenti di spicco del jazz internazionale, tra cui il trombettista polacco Tomasz Stanko e il batterista free Andrew Cyrille.

E' proprio grazie all'amicizia con Stanko che Virelles è potuto approdare alla Ecm, dando alle stampe il suo nuovo lavoro, "Mboko" (sottotitolato come "musica sacra per pianoforte, due contrabbassi, batteria e percussioni assortite"), che segue di due anni il già valido "Continuum" (Pi Recordings 2012) e di sette il primo "Motion" (Justin Time 2007), che però non fa testo. Questo nuovo album amplia, se possibile, i già ampi orizzonti stilistici di Virelles, che si dimostra un pianista solo in minima parte attaccato alle sue origini musicali cubane. Le sue radici affondano invece in una colta e raffinata musica da camera dodecafonica e anche quando l'artista si ricorda della sua terra di provenienza, lo fa con uno stile assai poco tradizionale.

"Mboko" si potrebbe dividere in due parti: da un lato c'è la ricerca di moduli nuovi, con dei pezzi rarefatti, suonati in pianissimo e in staccato, con pochi e lentissimi accordi ("Wind Rose", "The Scribe", "The Highest One"), dall'altra, invece, si assiste a una rilettura originale dell'hard-bop ("Biankoméko", "Antillais", "Stories Waiting To Be Told"). Anche laddove si fa ricorso a ritmi e armonie sudamericane, come in "Aberinan y Aberisun", lo si fa tralasciando ogni stereotipo possibile. Il nostro Stefano Bollani avrebbe molto da imparare da David Virelles, in questo senso. Il brano più free del disco è senz'altro "Transmission", con i suoi cluster atonali di pianoforte, che furono assai cari a Cecil Taylor.

La scrittura musicale risulta in ogni caso assai fluida e scorrevole, seppur piena di contrasti e chiaroscuri. Curioso è l'utilizzo di un particolare set di percussioni, denominato "biankoméko", che dona un effetto peculiare ai brani più sperimentali, dove la batteria non viene mai adoperata. A livello puramente pianistico, l'antecedente più probabile per descrivere lo stile di Virelles è forse quello di Muhal Richard Abrams. Senza ombra di dubbio, questo è uno dei migliori dischi jazz usciti quest'anno. Se ne raccomanda l'acquisto.

(12/11/2014)

  • Tracklist
  1. Wind Rose
  2. The Scribe
  3. Biankoméko
  4. Antillais
  5. Aberinan y Aberisun
  6. Seven, Through The Divination Horn
  7. Stories Waiting To Be Told
  8. Transmission
  9. The Highest One
  10. Efé
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