Anathema

Distant Satellites

2014 (Kscope) | art-rock, neo-prog

"And you came to me
in some way
and my life
will never be the same"
(da "The Lost Song, Part 1")


La cresta dell'onda è una gran brutta faccenda. Viaggi per anni con il sogno di raggiungerla, dopo immani sforzi ce la fai e sul più bello, quando nemmeno ti sei reso conto di esserci su, ti ritrovi catapultato giù. Sport per duri di cuore il surf, attività per coraggiosi il fare musica, se la si fa con questo spirito, che non è certo l'unico possibile per farla bene. Il costante tentativo di superarsi, migliorarsi, se necessario gettando il cuore oltre un ostacolo che fino a prima era il traguardo: questo lo fanno davvero in pochi, e di quei pochi gli Anathema sono fra i più emblematici rappresentanti. Ma c'è di più: il miracolo irrealizzabile di fermare il tempo e restare su quella cresta per più di un album i cinque di Liverpool l'hanno compiuto, preparando a puntino per sette anni un uno-due ravvicinato fra i più memorabili che il rock contemporaneo ricordi.

Ma che con “Weather Systems” la vetta fosse stata raggiunta era dato assai evidente e nessun miracolo avrebbe potuto permettere ai nostri di oltrepassare anche quel limite. Sarebbe stato assurdo persino pretenderlo, per quanto i primi ad auto-convincersene siano stati probabilmente proprio loro, che oggi presentano questo nuovo lavoro con l'ingombrante aggettivo di “definitivo”. Cascando proprio nella loro stessa trappola, quella in cui da anni fanno crollare rovinosamente critica e fan. Perché “Distant Satellites” altro non è se non un ennesimo step in avanti, un lavoro che per metà (la peggiore) si tiene (troppo) affrancato dalle meraviglie del passato prossimo, e per l'altra ci fa capire che i cinque di Liverpool, forse persino loro malgrado e di sicuro per fortuna della musica, di star fermi proprio non sono in grado.

Diciamolo subito, ascoltando “You're Not Alone” lo shock è persino maggiore di quello provato con “A Natural Disaster”. Se è vero che l'ingresso in pianta stabile di Daniel Cardoso alla batteria, con John Dogulas (sua la penna sul pezzo) libero finalmente di divertirsi con synth e diavolerie elettroniche (cit.) doveva pur significare qualcosa, gli Anathema che esplodono in un tripudio di scariche drum'n'bass (peraltro calzanti a pennello con le chitarre dei fratelli Cavanagh) nessuno se li sarebbe mai immaginati. “Firelight” sorprende altrettanto, regalando due minuti di pura ambient music e introducendo la title track - altro numero da capogiro i cui fermenti sembrano essere stati rubati a Jon Hopkins - e la conclusione di “Take Shelter”, che parte sognando per poi evolversi di nuovo su un'ossatura elettronica (stavolta dalle parti di Trentemøller) fino al tripudio sinfonico finale.

Se questi quattro pezzi avessero composto un Ep a parte, probabilmente staremmo davvero raccontando l'irrefrenabile ascesa di degli extraterrestri. A riportare sulla Terra sono in primis le tre parti di “The Lost Song”: un pezzo dalla gestazione suggestiva, nato nel tentativo di ricomporre un master smarrito misteriosamente dall'hard disk di Danny Cavanagh, ma che si limita a riciclare l'inarrivabile “Untouchable”, tanto da ricalcarne per due terzi la struttura sonora (crescendo-esplosione-ripartenza acustica-finale corale). L'intera impostazione dei primi quattro brani rimanda in maniera (troppo) evidente a “Weather Systems”: “Dusk (Dark Is Descending)” oscura il cielo smuovendo le nuvole, prima che la voce angelica di Lee Douglas riporti il sereno in una “Ariel” che si fa comunque notare per una melodia efficace.

La divisione in due sezioni del disco è dunque fin troppo evidente, e a fare da spartiacque è chiamato il brano più ambizioso della carriera della band: una spettacolare cavalcata che porta il loro nome e il cui testo ripercorre la loro stessa storia. Un modo originale e stupefacente per “scadere”, per la prima volta in vent'anni di carriera, in una meritata autocelebrazione. E sebbene il miracolo nel miracolo di restare sulla cresta di cui sopra per addirittura tre dischi di fila non si sia verificato (e avremmo forse chiesto troppo), pensare che siano stati loro a volerne scendere spontaneamente per cercare nuovi stimoli, “nuove onde da cavalcare”, non è certo una mera suggestione. Anzi, vien da dire che è l'ipotesi più probabile. E di questo passo, ci sono basi per credere che ce la possano fare di nuovo.

(13/07/2014)

  • Tracklist
  1. The Lost Song, Part 1
  2. The Lost Song, Part 2
  3. Dusk (Dark Is Descending)
  4. Ariel
  5. The Lost Song, Part 3
  6. Anathema
  7. You're Not Alone
  8. Firelight
  9. Distant Satellites
  10. Take Shelter


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