Atomô & Marc Behrens

Bauteile

2014 (Editions Mego) | sound collage, cut-up

Star dietro a Uwe Schmidt è un'impresa in cui chiunque si sia cimentato ha finito col demordere. Davvero troppe le palate di uscite collezionate in una carriera che ha da poco compiuto il terzo decennale, che è passata attraverso moniker divenuti fenomeni di culto separatamente e solo più tardi ricondotti alla stessa persona (qualche esempio? Lassigue Bendthaus, Atom Heart, Señor Coconut). Uno che ha iniziato maneggiando l'industrial della Germania di inizio Ottanta e ha proseguito a coltivare tutte le tradizioni di casa, prima di imbarcarsi un giorno per superare l'Atlantico. Destinazione? Il Cile, dove ha messo su casa e si è divertito a re-interpretare quasi per gioco i classici dei suoi amati Kraftwerk, salvo poi trovarsi tutto d'un colpo accreditato come padre dell'electrolatino.

Un personaggio che definire istrionico è dir poco ma che da qualche anno a questa parte ha improvvisamente deciso di mettere la testa a posto, mantenere l'alter-ego unico di Atom™ e ricostruirsi una carriera come restyler di quel techno-pop inaugurato proprio con “Musique Non Stop” a firma di Hütter e Schneider. Eppure, nonostante la grandissima quantità di pubblicazioni, pare che Schmidt abbia pure un'ancor più cospicua scorta di materiale fermo nei cassetti del suo studio: una collezione di appunti, prove, idee da sviluppare e progetti avviati e mai conclusi. Di quest'ultima categoria fa parte l'intensa corrispondenza che l'artista di Francoforte ha scambiato in circa quindici anni con un altro nume tutelare dell'underground tedesco: Marc Behrens.

Capita oggi che per svuotare l'archivio traboccante di frammenti sonori collezionati dai due si faccia avanti Peter Rehberg, che con la sua Editions Mego mette la firma su questo “Bauteile”, ovvero un autentico collage di tutto quel che è passato in quindici anni fra le mani dei due artisti. Considerata pure l'estrema varietà degli spezzoni, siamo di fronte a tutti gli effetti a un'opera di cut-up: un insieme di tessere, ciascuna con la propria identità (spesso estranea a tutte le altre) tenute insieme da filamenti di improvvisazione analogica e messe in un ordine di botta-risposta fra i due musicisti. Il tutto reiterato per un'ora e dieci dove si parla un'inimmaginabile miriade di linguaggi: come una radio che continua a cambiare stazioni sintonizzandosi sulle frequenze di tutto il mondo e trovandone sempre di nuove e diverse.

Un esperimento di crossover post-moderno che permette di passare dal dub-hop alieno che inveisce contro copyright e copyleft all'altezza del ventesimo minuto alla fibrosi noise dalle parti del trentottesimo, per passare poi attraverso cavalcate di psichedelia malsana (minuto quarantasette, vedi “Sagittarian Domain”), giochi di fonografia in 8-bit (cinquantuno), estrapoli da vecchie pop song (dodici), passaggi di archi atonali conditi da synth mandati in panne (venticinque) e field recordings dritti dalla foresta (trentadue). Descrivere nei dettagli l'intera maxi-suite è impresa radente l'impossibile, e il meccanismo appare decisamente più evidente alla prova dell'ascolto che con la lettura di qualsiasi descrizione. Quest'ultima è a conti fatti anche l'unica strada percorribile per vivere a fondo quest'inedita esperienza di juke-boxing, fra le più interessanti trovate degli ultimi anni per intendere e interpretare l'arte del sound collage.

(06/05/2014)

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  1. Bauteile
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