Automat

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2014 (Bureau B) | post-kraut, psych-rock

Dell'opera a firma Bureau B da queste parti si è parlato piuttosto raramente. Si tratta di fatto di un'affiliata della Tapete, quest'ultima nota ai più per la presenza in catalogo di Lloyd Cole, che da una decina d'anni scarsa sta facendo vivere un'autentica seconda giovinezza al kraut-rock servendosi dei mezzi più vari: ristampe di titoli storici fuori catalogo, un monopolio quasi totale sulle produzioni contemporanee dei padri del genere e la coltivazione parallela di un “vivaio” di giovani con il fascino per gli anni Settanta cosmici. Una sorta di mediateca di quello che è forse il tesoro più cospicuo che la tradizione extra-classica tedesca possa vantare, e che negli anni – a differenza di quanto accaduto ai prodotti di scene europee altrettanto significative, su tutte l'industrial britannico – è stato conservato in maniera gelosissima tanto da arrivare intatto ai giorni nostri.

Non poteva esserci occasione migliore per un focus sul catalogo Bureau B dell'esordio degli Automat, ovvero un trio delle meraviglie composto da tre veterani come il chitarrista Jochen Arbeit (Die Haut ma soprattutto Einstürzende Neubauten), il batterista Achim Färber e il bassista degli Sovetskoe Foo Zeitbloom. Un disco che l'etichetta con base ad Amburgo ha lanciato mediante una campagna decisamente importante, trattandolo come il prodotto di punta di questa prima metà d'annata. Il tutto pubblicando nel frattempo ristampe di nomi del calibro di Conrad Schnitzler, Cluster (e rispettivi progetti solisti), Ulrich Schnauss e Schneider TM: uscite importanti che non sono comunque riuscite ad avere la precedenza su questo freschissimo frullato di psichedelia fangosa e memorie dal versante più vorticoso e vibrante del periodo d'oro krauto.

L'ombra di Faust e Can aleggia a corrente alterna nei suoni di un disco sul quale gli stessi autori hanno investito sostanzialmente tutta la spinta creativa da tre anni a questa parte, arrivando ad arruolare fra le fila degli ospiti tre pesi massimi come Lydia Lunch, Blixa Bargeld e persino Sua Signoria Genesis P-Orridge. Gli scintillanti e nostalgici strumentali d'apertura sono il manifesto perfetto di un progetto che pesca dal passato aggiornando al presente: “THF” carica un groove che ricorda fin troppo da vicino le mutazioni atomiche di Irmin Schmidt, “SHF” gli fa il verso attaccando a suon di rintocchi ciclici, ma condendo il tutto con battiti acidi presi in prestito a Perc. “TXL” è forse l'unico episodio di autentico citazionismo, guidato da una montatura melodica che rievoca un Asmus Tietchens sotto effetto di potenti allucinogeni.

Fra gli aspetti più particolari di "Automat" vi è la sua natura, sfoderata con orgoglio dalle note di copertina, di trio chitarra-basso-batteria, con la quasi totale rinuncia all'uso dei synth: la conclusiva distesa di “GWW”, dove le nebulose di chitarra armonizzate a soli pedali si lasciano contrappuntare da rintocchi quasi tribali, funge in tal senso da insindacabile prova di maestria. I tre pezzi collaborativi meritano un discorso a parte: “The Streets” inscena un festino post-industriale la cui regina è però Lunch, mentre il posto affidato al recital di Orridge è quello dell'elegante e macchinale mantra di “Mount Tamalpais”. Più sorprendente ancora è il frutto della collaborazione con Bargeld nell'odissea da puro trip di “Am Schlachtensee”, qualcosa che stavolta sembra strappato per assurdo proprio agli Psychic Tv.
Nonostante quarant'anni sulle spalle, la linfa del kraut-rock è tutto meno che esaurita.

(03/05/2014)

  • Tracklist
  1. THF
  2. SXF
  3. The Streets (feat. Lydia Lunch)
  4. Mount Tamalpais (feat. Genesis Breyer P-Orridge)
  5. TXL
  6. Schlachtensee (feat. Blixa Bargeld)
  7. GWW
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