Blueneck

King Nine

2014 (Denovali) | art-rock

È opinione di molti, ultimamente, che il post-rock in senso lato (e dunque riferito principalmente all'estetica soft-loud) abbia esaurito da tempo le proprie scorte creative, se non addirittura raggiunto i suoi limiti di sviluppo. Gli inglesi Blueneck sono tra coloro che per primi hanno "denunciato", tramite precise scelte stilistiche, la necessità di trovare una strada alternativa, un nuovo bacino da cui trarre linfa vitale. E sembravano averlo trovato, effettivamente, nell'elettronica atmosferica che contaminò il bellissimo "Epilogue" e, soprattutto, lo split con gli amici Alpha, quasi un ipotetico manifesto degli intenti per il futuro.

Giunti al disco numero cinque in otto anni di carriera, i Blueneck sembrano invece pervenuti a una svolta importante e decisa. "King Nine" è un lavoro che ci riconsegna il suono dei cinque mutato nelle sue radici più profonde. Le chitarre messe in secondo piano, le tastiere pulite e scintillanti chiamate a disegnare soundscape à-la-Porcupine Tree, l'elettronica soffusa (Jon Hopkins è ormai ovunque) a costituire gran parte del tessuto ritmico, le canzoni definitivamente improntate sulla forma strofa-ritornello e le melodie spesso a un passo dal pop: se non è una rivoluzione, poco ci manca.

La nuova veste, va ammesso, sembra essere stata pensata in ogni dettaglio per risultare perfetta e su misura. Non c'è una nota fuori posto, un brano che non si leghi in soluzione di continuità stilistica agli altri, un testo che sia sopra le righe. Prima di uscire allo scoperto, Duncan Attwood e compagni hanno lavorato moltissimo su loro stessi, e pure sulla loro immagine, come ben dimostrato dalla (al solito) splendida copertina "periferica" che introduce al disco. E i bellissimi suoni, anch'essi lavorati al millimetro, arrivano ad inscenare atmosfere capaci di strappare il brivido più di una volta. Eppure qualcosa manca, e quel qualcosa sono le canzoni.

L'apertura à-la Pineapple Thief di "Counting Out" e la chiusura romantica di "Anything Other Than Breathing" mostrano in maniera immediata la natura della mancanza: nonostante un'eleganza fuori discussione, faticano terribilmente anche solo a rimanere impresse nelle orecchie. Il mantra a intrecci ritmici della title track e le scariche Idm celate dal cantato soffuso di "Man Of Lies" virano dalle parti degli ultimi Anathema: ma anche qui gli ottimi arrangiamenti sono chiamati a tenere in piedi canzoni prive di sapore e spessore. Così, i ritorni al post-rock del passato di "Broken Fingers" e, soprattutto, dell'ottima "Mutatis" prendono la forma di autentici rifugi creativi.

Le uniche due eccezioni a questo copione sono la struggente "Broken Fingers" e la crepuscolare "Sirens", ballate scritte con il cuore, che mostrano quanto il potenziale dei cinque possa essere vasto anche in questa nuova incarnazione stilistica. Dopo la comprensibile transizione, dovrà però venire l'ora della maturazione.

(05/11/2014)

  • Tracklist
  1. Counting Out
  2. Sirens
  3. King Nine
  4. Man Of Lies
  5. Broken Fingers
  6. Father, Sister
  7. Spiderlegs
  8. Mutatis
  9. Anything Other Than Breathing


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