Bryan Ferry

Avonmore

2014 (Bmg) | psych-funky-pop

Bryan indossa il soprabito, si butta al collo la sciarpa di seta aggiustandosi distrattamente i capelli spolverati di grigio, pettinati forse a caso (egli appartiene a quella ristretta schiera di persone che sa convertire in classe anche la sciatteria), scende le scale fino in strada, percorre dinoccolato e con le mani strette al bavero Avonmore Road a West Kensington -  quartiere della Londra bene, quello del Queen’s Club, per intenderci - scivolando lungo i muri per arrivare alla sua sala d’incisione privata. Poi entra, saluta il fonico con un sorriso sornione, mentre fa cadere l'impermeabile dove capita, si siede sulla poltroncina del mixer dinnanzi all’ampio vetro oltre il quale vi sono i musicisti e, stirandosi la schiena con le dita incrociate dietro la nuca, ascolta serafico l’assolo con cui Johnny Marr, in quello stesso momento, sta levigando un brano dell'album, scambiando sguardi compiaciuti con Rhett Davies, il vecchio compagno di banco (del mixer), complice di mille prelibatezze musicali. Questo sì che è vivere, peccato per l’età che avanza, per la voce arrochita e resa flebile da stravizi abilmente dissimulati da posture comunque impeccabili, e sempre corredati – sia mai - da gemelli d’oro e fini abiti di sartoria.

Ormai un nuovo disco di Bryan Ferry assomiglia sempre più a un happening di antiche glorie dalla classe infinita, che si ritrovano in campo più per diletto che altro, ma che divertendosi allietano gli astanti, con il nostro nelle vesti di Roby Baggio a fine carriera: sicuramente più leggibile, magari non più così sgusciante, ma il cui tocco è una gioia per gli occhi, l'aspettativa della giocata è un'emozione pura che magari non fa più meraviglia (ah, l’abitudine!) ma che, state sicuri, arriva. E anche oggi di stelle ve ne sono in abbondanza: oltre a quelle già citate, molti habitué di vecchia data come Marcus Miller, Guy Pratt, Neil Hubbard e Nile Rodgers, a fianco di giovani virgulti come Oliver Thompson, ventiseienne chitarra solista che affiancò anche i Roxy Music nel recente reunion tour, e il promettente figlio di tanto padre Tara Ferry, che si divide i compiti di batterista con la graziosa perla nera Cherisse Osei, vero portento anche on stage. Messo in ripostiglio gran parte dell’armamentario elettronico che aveva connotato “Olympia”, il sound di “Avonmore” enfatizza quelle pulsioni funky che, a vario titolo, hanno affiancato la produzione inedita dell’ex-leader dei Roxy Music da “Boys And Girls” in poi, rimarcandone però le precipue connotazioni psych-rock, che diventano la chiave di lettura predominante, assieme all’innalzamento del muro sonoro operato dal guru del mixing digitale Craig Silvey, già responsabile delle fortune - tra gli altri - di Horrors, Arcade Fire, Editors, e finanche della sorprendente rentrée dei Portishead ormai sei anni or sono. A Silvey va dato il merito di essere riuscito a bilanciare la corposa parata strumentale con gli ormai impalpabili vocalizzi del crooner inglese, in un’osmosi sonora in cui la sensualità la fa da padrona. Lungo il filo di testi che si struggono nella celebrazione dell’amore perduto (e la fine del matrimonio-lampo con la trentunenne Amanda Sheppard molto avrà influito, nonostante un’ostentata nonchalance), ritroviamo in chiave moderna alcune delle brillanti stagioni del Bryan che fu. Cominciando col singolo “Loop De Li”che, schierando ben sei chitarristi (!) fra cui Johnny Marr e Nile Rodgers, si muove convincente e risoluto dalle parti di “The Right Stuff”, il brano che lanciò nel 1987 “Bête Noire” co-firmato proprio dall’ex-Smiths, che si ripropone in questa veste a distanza di ventisette anni con la ballad “Soldier Of Fortune”, in cui “Girl stop rockin’/ you’re driving me insane/ I’m going out of my mind / and I won’t be back again” è l’implorante chiosa di liriche in linea con le aspettative di ogni cuore tormentato che si rispetti.

I metronomici ipnotismi sono il leit motiv dei pezzi più movimentati, ora ariosi e appena spruzzati da inserti di tastiere in “Midnight Train” (ma i chitarristi intervenuti salgono a otto, da non credere), ora trasognati (“Driving Me Wild”), ora con cori femminili che ci accarezzano minacciosi, suffragati da un sax che più asciutto non si potrebbe (“One Night Stand”, che nell'incipit strizza l'occhio alla roxyana “The Main Thing”), e persino ossessivi nella title track, una sorta di techno-house senza sequencer e drum-machine ma con una sezione ritmica che non li fa affatto rimpiangere quanto a precisione.
Non possono naturalmente mancare né il lentaccio assassino (“Lost”, il cui embrione nasce dalle session di "Avalon"), né l'indolente midtempo (“A Special Kind Of Guy”) che dai tempi di “Slave To Love” è diventato un ulteriore marchio della casa. E nemmeno le cover, che questa volta tributano la Broadway di Stephen Sondheim nell'inserto da musical “Send In The Clowns”(con cui si misurò anche Frank Sinatra) e il classico di Robert Palmer “Johnny And Mary” in una mirabile versione notturno-electro riarrangiata assieme a Todd Terje e già presente nel nuovo disco di quest'ultimo “It's Album Time”. Come può un cantante quasi afono e ormai alla soglia dei settant'anni sprigionare ancora tanta freschezza? La risposta sta nella sua eleganza, che è qualcosa che si indossa, ma che non ha nulla a che vedere con l'essere ben vestiti.

(21/11/2014)



  • Tracklist
  1. Loop De Li
  2. Midnight Train
  3. Soldier Of Fortune
  4. Driving Me Wild
  5. A Special Kind Of Guy
  6. Avonmore
  7. Lost
  8. One Night Stand
  9. Send In The Clowns
  10. Johnny And Mary
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