Building Instrument

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2014 (Hubro) | chamber-folk, folk-pop

La norvegese Hubro è una di quelle etichette che continuano a portare avanti la loro attività come se fossimo ancora negli anni Novanta. Non se ne contano troppe, a dire il vero, di label che pubblicano tutte le loro uscite con il medesimo design e piazzando il loro marchio in bella vista su un angolo della front cover. Ma questa è solo una delle tante peculiarità che contraddistinguono le uscite di questa piccola “bottega musicale”, che si appoggia sulla più grossa e blasonata Grappa Musikkforlag e sulla sua sede di Oslo per distribuire e commercializzare i suoi prodotti, ma gestisce i suoi artisti nella più totale autonomia.

I Building Instrument sono la promettente e in patria già pluripremiata cantante e polistrumentista Mari Kvien Brunvoll, l'impegnatissimo batterista Øyvind Hegg-Lunde (Big Almos, Crab Is Crap) e il meno noto Åsmund Weltzien (Thea Næss). Fanno musica assieme dal 2008, quando si unirono con il preciso intento di esplorare il folk locale usando solo strumentazione elettronica. Ben presto, però, il fascino della tradizione ha rimontato e finito per avere la meglio, portandoli ad abbandonare i piani iniziali per perseguire un'esplorazione altrettanto personale ma ben affrancata dal verbo acustico locale. Un percorso evolutosi nel solco di un elemento fondante rimasto però intatto: l'improvvisazione.

Il loro debutto tarda sei anni prima di arrivare a compimento e raccoglie in realtà solo sette brani, frutti selezionati da un numero in realtà altrettanto limitato di intense session, svoltesi nei rari periodi di pausa contemporanea di tutti e tre dai rispettivi impegni. Ne esce un lavoro che se da un lato conferma tutti o quasi i tipici tratti somatici della tradizione nordeuropea, dall'altro li afferra e li modella con una leggerezza e uno spirito freak del tutto inusuali. Proprio quest'ultimo va ad auto-proclamarsi elemento distintivo già a partire dall'iniziale “Historia”, un pezzo che alterna evanescenze in pieno stile Kings Of Convenience e decelerazioni sognanti.

Il paradigma della cifra stilistica dei tre sta però in “Alt e Bra”, un mantra che trasuda libertà da ogni suo suono, che cavalca le nuvole ispirandosi al minimalismo spiritato di Charlemagne Palestine (campanelli e cicli intrecciati) prima e affronta senza paura una buia e inquieta notte poi.
Le due lunghe “Kanaskje” e “Bli Med” e il passaggio pop di “Klokka Sju” stanno a dimostrare quanto in comune la Norvegia abbia con la vicina Islanda (stiamo dalle parti dei Samaris e di Ólöf Arnalds), mentre il canto libero dei soli strumenti nella conclusiva “Språk” rappresenta il vertice atmosferico e tecnico dell'intero lavoro. Da applaudire c'è soprattutto la capacità di non scendere a compromessi né porsi limiti, dote che potrebbe essere l'elemento decisivo anche in futuro.

(10/06/2014)

  • Tracklist
  1. Historia
  2. Alt e Bra
  3. Kanskje
  4. Bli Med
  5. Klokka Sju
  6. Mellomtida
  7. Språk
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