Carla Bozulich

Boy

2014 (Constellation) | songwriter

Anticipato come un ritorno alla forma-canzone pop dopo tante sperimentazioni, a partire da “Evangelista” e poi dalla triade di dichi partorita dalla band omonima (“”Hello, Voyager”, “Prince Of Truth”, “In Animal Tongue”), il “Boy” della genia Carla Bozulich è invece tanto un’essenziale sommatoria quanto un’esasperazione di questi traumi. La sua voce si muove elegante tra ammassi irregolari di suoni e di arrangiamenti fatti letteralmente a pezzi, come farebbe una sadica ma dotta serial killer rimirando il risultato dei suoi misfatti.

L’affinità elettiva con cui riprende e rielabora i conciliaboli più tremendi e insistenti di Nick Cave è forse la più sincera di sempre. L’impasto cupo e astratto di registrazioni deformi e vibrazioni elettroniche di “One Hard Man” si propaga sopra un battito metallico opprimente, fin quando i nastri elettronici aumentano l’intensità e spingono la vocalist a fare altrettanto. La recitazione nuda, labirintica e mentalmente instabile di “Ain’t No Grave” fa il paio con un assortimento di cacofonie vocali e misteriose stilettate strumentali; “Don’t Follow Me”, ancor più scheletrica, è praticamente un maniacale, instabile e asettico monologo accompagnato da tamburi, controcanti grevi e tastiere deformate. L’ottima chiusa di “Number X”, sonata ambientale, svanita, illogica e irreale, è redenta dalla voce dell’autrice solo negli ultimi trenta secondi.

Più tradizionali sono “Danceland”, bolero-blues fantasmagorico, tutto echi e voci di strega,  “Drowned To The Light”, refrain dolente e ululato a mezza voce in una soundscape sanguinante, e “Deeper Than The Well”, una cantilena, quasi un salmo-mantra, avvolta in una ambience nera e scarnificata da una batteria epilettica e conati chitarristici, più vicina all’impostazione di gruppo alla Evangelista.
Anche “Gonna Stop Killing”, una vera disdetta, sembra più interessata ad assumere una forma di cantata melodica, ma all’inizio è una processione funebre impastata in un tintinnio psichedelico di chitarra dodici corde a mo’ di clavicembalo, con loop e suoni invertiti, una potente rimembranza della Nico di “Marble Index”. “Lazy Crossbones” è invece talmente sofisticata nel suo noir insistito da richiamare i Portishead.

Scritto, suonato, registrato e prodotto per la maggior parte da sola (persino il disegno di copertina è di suo pugno), con due aiuti: il valente Andrea Belfi alla batteria e il compositore John “JHNO” Eichenseer, responsabile della parte compromissoria e lineare dell’albo. Nei momenti più affilati e meno usuali è, comunque, un’opera d’arte che ambisce a reinventare il cantautorato femminile in un mondo parallelo di sintagmi impossibili. Il singolo scelto, “Lazy Crossbones” è sopravvalutato ma ha un senso: una sbilanciata sintesi delle due anime del disco.

(21/03/2014)

  • Tracklist
  1. Ain’t No Grave
  2. One Hard Man
  3. Drowned To The Light
  4. Don’t Follow Me
  5. Gonna Stop Killing
  6. Deeper Than The Well
  7. Danceland
  8. Lazy Crossbones
  9. What Is It Baby?
  10. Number X 
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