Chris Robinson Brotherhood

Phosphorescent Harvest

2014 (Silver Arrow) | southern-rock, roots

Una band psichedelica “dal produttore al consumatore”. Questa, nelle intenzioni, la filosofia della Chris Robinson Brotherhood, nuova creatura del cantante dei Black Crowes (in fase di stallo operativo), nata per sfizio come diversivo live nell’area di Los Angeles e condivisa tra gli altri con il tastierista del progetto principe, Adam MacDougall, e il chitarrista di fiducia di Ryan Adams, Neal Casal (già Beachwood Sparks). Doveva essere una vacanza, un modesto passatempo, poi il breve tour della California si è trasformato in un monumentale pellegrinaggio coast to coast di 120 date e in pochi mesi sono usciti due album, oltre a una serie di bootleg ufficiali già oggetto di culto. Non contento, il quintetto statunitense rincara la dose ora con un terzo episodio sulla lunga distanza che arriva a poco più di due anni dal varo ufficiale.

E’ un rock delle radici aromatico e amabilmente passatista, quello di “Phosphorescent Harvest”, intavolato da un collettivo che brilla per ispirazione ed esce esaltato dal velluto di una confezione sonora priva di pecche (produce Thom Monahan, già efficacissimo con Devendra Banhart, Vetiver e Pernice Brothers). Nessuna sorpresa, inevitabilmente, se si eccettua il fatto di ritrovarsi al cospetto di un Robinson in forma smagliante, languido e ispido a un tempo, accompagnato da un pugno di musicisti bravi a lasciare da parte esagerazioni rumorose e digressioni onanistiche. Un’operazione revival che colpisce per freschezza, personalità e autoironia, legittimando anche i frequenti (ma più che potabili) passaggi estetizzanti sciorinati.
Nonostante i rigidi steccati di generi già ampiamente saccheggiati, fa sensazione il grande senso di libertà, mentre non si trova una sola brutta canzone da portare a referto. Non lo è certo la trottante e affilata “Badlands, Here We Come”, che flirta con le polverose ballate di viaggio di una volta e sfodera il respiro profondo della migliore Americana; e lo stesso vale per “Beggar's Moon”, che illude in apertura con il pianoforte di “Amorica” lasciato giusto come falsa pista, mentre si preferisce optare per un blues sudista di marca Crowes, riff torbidi, opportuna convinzione e intrattenimento appena sopra le righe. Meno sferragliante della sua media passata, il sound voluto da Chris è ugualmente terroso, sanguigno, convincente.

Se il frontman si rivela decisamente in parte e trascina la compagine grazie al suo carisma di giovane vecchio, non meno prezioso nell’economia sonora è il contributo dell’altro “corvo”, MacDougall, che si ammira particolarmente in avvio quando, tra rivisitazioni southern rock e gorgogliante funky-blues, è riproposta una miscela adrenalinica in linea con alcune tra le soluzioni più bistrattate della band regina (“Lions” diventa un riferimento chiave), il tutto condito da uno spirito serafico e un disimpegno che rasenta il plateale. Il barbuto Chris si diletta in piena comfort-zone, ma la qualità non sembra risentirne. La propensione ludica la fa da padrona anche altrove, agevolata dalla disciplina di un ensemble che pare trovarsi a meraviglia, così anche il pop-rock all’acqua di rose di “Meanwhile” non preclude la possibilità di un vago incanto, mentre le sottili pacchianate sintetiche di “Jump The Turnstile” ben rimarcano l’intonazione sbarazzina dell’album, senza inficiarne le positive impressioni di massima: così frivolo e vezzoso, in fondo, non ci era ancora capitato di ascoltarlo e, tocca ammetterlo, nemmeno ci dispiace. Gli assoli non mancano, ma neppure stuccano, indugiando in pose magniloquenti o professorali. Si riconosce anche da questo una precisa inclinazione all’understatement che pare la più saggia tra le scelte di un’opera, tutto sommato, intelligente.

Per la buona riuscita di quest’ennesima nuova fatica il mestiere resta una variabile impossibile da trascurare, ma anche il temperamento dimostra di poter fare la differenza. Questo vale soprattutto per la seconda facciata, quella che offre di più in termini di varietà. In “Wanderer’s Lament” l’organo dipinge il fondale, mentre l’acustica e un Robinson tutto cuore imbastiscono una trama tanto frugale quanto struggente. Il tono si fa più apertamente malinconico e il Nostro deve ricorrere ai migliori trucchi del suo bagaglio per scongiurare gli sconfinamenti nel patetismo. Ancora fragranze tipiche dell’immaginario yankee, dispensate senza ansia da prestazione o forzature muscolari, si fanno largo tra inflessioni di grande dolcezza: che l’emblema di tanta bonarietà sia intitolato “Tornado” è la ciliegina ironica di questa ricca torta multistrato. Per incontrare un brano più ombroso ce ne passa, e non si tratta di una deviazione chissà quanto cupa o tormentata. Anche in “Burn Slow” prevale infatti un taglio intimista che non cede comunque al disincanto e non annulla quella suggestione di pace domestica che illumina l’intero lavoro come un’aura benevola.

Languori flautati e ameni ciangottii chiudono il cerchio, poco oltre, offrendo campo a un esotismo ultracontaminato che non fa a pugni, peraltro, con i classici orientamenti nei trascorsi dell’artista. Per l’ideale congedo vale però la pena di affidarsi alla bonus “Starcrossed Lonely Sailor”, ancora nel segno di una mansuetudine affabile, tradizionalista e screziata quanto basta di quella psichedelia “a chilometro zero” citata tra i dettagli irrinunciabili per il cammino della “Fratellanza”. Un percorso la cui terza tappa non promette – come tutte le altre, in questa fetta di carriera del rocker georgiano – mari o monti, ma sa farsi apprezzare in virtù di quella sua indole pacifica e non priva di luminose fascinazioni, ancora una volta.

(22/07/2014)

  • Tracklist
  1. Shore Power
  2. About A Stranger
  3. Meanwhile In The Gods
  4. Badlands Here We Come
  5. Clear Blue Sky & The Good Doctor
  6. Beggar's Moon
  7. Wanderer's Lament
  8. Tornado
  9. Jump The Turnstile
  10. Burn Slow
  11. Humboldt Windchimes
  12. Starcrossed Lonely Sailor (bonus track)


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