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2014 (Ki) | downtempo, chill-wave

Su Nick Smith e Ben Corr, rivelatisi due anni fa con un Ep uscito per la micro-label Take, c'era chi oltre la Manica sarebbe stato pronto a scommettere parecchio. Ai molti che, fuori dai confini britannici, dei due Colo non avevano nemmeno mai sentito parlare, è sorta spontanea la domanda su cosa potesse mai essere riuscito a mandare in fibrillazione un ambiente come quello, ormai sempre più saturo di uscite e contaminazioni, dell'elettronica meticcia.
Curioso pure che una tal buona dose di hype fra gli addetti ai lavori fosse diretta su una coppia di misconosciuti studenti di sound engineering facenti parte di quella generazione che produce ormai osservando e tendendo le orecchie dalle finestre della propria cameretta, bypassando quella fase che era costituita un tempo di gavetta sudata fra piatti (prima) e cdj (poi).

Se c'è qualcosa che appare chiaro, sin dalla partnership con un'etichetta piccola ma ricercatissima come Ki, è che la direzione intrapresa dai due va ben oltre il clubbing, a collocarsi in una sorta di ideale dimensione congiunta fra la spinta sperimentale e l'amore per macchine analogiche e suoni dal passato. Qualcosa che, per restare in casa della label, era accaduto con successo un paio d'anni fa nello splendido “Saints” del russo Monokle.
Ma se allora la formula scelta si inseriva in una conciliazione fra l'elettronica melodica storica e la techno tipicamente berlinese, stavolta il movimento avviene all'interno dell'insieme impropriamente definito downtempo, con lo sguardo volto senza mezzi termini alla miscela chill-wave.

Queste le coordinate base di uno spettro sonoro le cui peculiarità sono da individuare nel costante utilizzo di campioni vocali paradisiaci, a volte talmente onnipresenti da creare scenari più vicini al trip che al sogno, nel costante tentativo di superamento conservativo della forma-canzone e nell'evidente amore per la strumentazione vintage e i suoni analogici. Il dub d'apertura su “Holidays” devia l'house fra liquidi densi e svolazzi di synth in slow motion, in una sorta di dub allucinato che funge da ambientazione pure per la deflagrazione di “A Reclutant Man”, il tribalismo da tropici di Pandora di “Salsa” e la catarsi brulicante della conclusiva “New Machine Sales”. Fin qui, potremmo essere di fronte a una delle mille incarnazioni di Actress, o a una serie di remix a firma Andy Stott su pezzi di The Field e Bee Mask, con tanta sapiente tecnica ma non troppe sorprese.

Poi ci sono le canzoni nel senso più stretto del termine, e qui il fascino già emerso dai frammenti strumentali tende, in base ai brani, a raggiungere uno stadio cristallizzato o a perdersi nel perseguire l'intento di aggirare dall'interno qualsiasi cliché legato al dialogo strumenti-voce. “Take Mine” potrebbe essere il primo singolo dal prossimo album dei Darkstar e il piglio giusto ce l'ha, “Survavibility Inside The Bubble” si fa un giro in piena epoca wave e ne torna rinvigorito di fascino e “The View From Nowhere” si contamina di pop in quella che paradossalmente è l'intuizione più interessante del disco.
Sul versante opposto, “Aubade” gioca con il silenzio e la sottrazione sonora, con una risultante piena di noia e povera di colore e “Doorframe” ci riprova con uno sbilanciato crescendo atmosferico. Il bicchiere è mezzo pieno grazie soprattutto all'odissea star-dub della title track, ma la giustificazione al clamore dell'hype è tutt'al più parziale.

(20/03/2014)

  • Tracklist
  1. Holidays
  2. Take Mine
  3. Aubade
  4. Doorframe
  5. The View From Nowhere
  6. A Reclutant Man
  7. Survivability Inside The Bubble
  8. Ur
  9. Salsa
  10. New Machine Sales
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