Coral

The Curse Of Love

2014 (Skeleton Key) | psych-folk, songwriter

Sorpresa: i Coral tornano con un nuovo album. Sorpresa nella sorpresa: non si tratta dell’album che ci si aspettava da loro. La pausa a tempo indeterminato nelle attività, promossa in via consensuale per lasciare campo libero ai rispettivi progetti solisti, aveva spinto il quintetto del Merseyside a procrastinare la pubblicazione del fatidico settimo capitolo, registrato a Bristol nei Real World Studios di Peter Gabriel e quasi pronto da ormai tre anni.
Bene, il “The Curse Of Love” licenziato dalla label di famiglia quest’autunno non è affatto quel disco. In pochissimi lo sapevano, ma i Coral conservavano nel cassetto un pugno di canzoni pronte per il master da circa nove anni. E’ stato il Portishead Geoff Barrow, ai tempi produttore per la compagine inglese, a rivelarlo qualche settimana fa alla Bbc, in una trasmissione divenuta il formidabile teaser di lancio per questo autentico oggetto misterioso.

“The Invisible Invasion”, di fatto gemello eterozigote dell’opera qui recensita, aveva rappresentato un’ipotesi di svolta rock in seguito sconfessata. Al di là del luogo di nascita e dei protagonisti coinvolti, “The Curse Of Love” ha però ben poco a che spartire con quella raccolta. Sin dall’incipit il tono è infatti dimesso, ombroso; i ragazzi (che all’epoca erano sei, il talentuoso Bill Ryder-Jones non aveva ancora fatto le valigie) scelgono di giocarsi la carta dell’intimismo, limitando gli orpelli e rivelando una sobrietà decisamente adulta. L’impronta cantautorale limpida, refrattaria agli additivi formali o alle giocolerie citazioniste, li avvicina per rigore e registro a artisti dell’introspezione folk come David Eugene Edwards, Ilya Monosov o Alasdair Roberts, al netto – beninteso – delle asperità e del caratterismo pungente di tutti loro.
A movimentare di quel poco le acque pensa “Wrapped In Blue”, primo brano del lotto a essere diffuso in rete: c’è una fluidità brillante, che richiama quella dei connazionali Clientele, ma rispetto agli standard della formazione il mood resta umbratile. Nel tocco si apprezza una gran delicatezza, l’interpretazione si merita l’etichetta di “impressionista” e il frontman James Skelly appare controllato e incisivo come non mai, davvero bravo a tralasciare l’affettazione tra le (poche) opzioni operative scelte in questo caso.

Poi certo, queste canzoni sul tristanzuolo andante, mai troppo sofisticate in quanto ad arrangiamenti, non saranno le migliori scritte dai Coral in oltre un quindicennio di onorata carriera, ma presentano comunque momenti di lucentezza preziosa (e giusto qualche graffio elettrico che non dispiace). Sottili coloriture psichedeliche insaporiscono qua e là ma non prevaricano, anche in quel paio di segmenti strumentali che accentuano il retrogusto arcano di questa collezione così a lungo dimenticata. La fascinosa “View From The Mirror” riaccende la vecchia ossessione per il mondo acquatico del gruppo, la cui presenza continua a essere peraltro “sommersa”, distante e inquieta. Vaghe reminescenze kinksiane fanno invece capolino poco oltre, nella più polverosa e floreale “Gently”, che pure evita di indulgere nel barocchismo da quattro soldi. Occasionalmente i Coral recitano la parte dei decadenti, aprono all’estetica del crepuscolo ma senza sovraccaricare l’opera con un teatro che, forse, non è nelle loro corde dai tempi ormai remoti dell’esordio eponimo.

Anche quando provano a riaccostarsi ai propri cliché consolidati, quando le tinte si fanno leggermente più calde, i ragazzi tradiscono espressioni turbate o imbronciate (“The Golden Bough”) e permane un’atmosfera di meraviglia trattenuta, di armonia contemplativa che è poi quanto di meno ruffiano il repertorio preveda (“Willow Song”). Solo in “The Watcher In The Distance”, che profuma di seventies nell’accezione retrospettiva di Wolf People e affini, il sound si concede più corpose innervature, al solito con un’autorevolezza non comune.
Più che di un canonico e muscolare revival psych orchestrato da una band a tutto tondo, continua tuttavia a prevalere l’impressione di un lavoro solista arricchito da un sontuoso ensemble di supporto: a condizionare in tal senso in giudizio potrebbe essere la prova di uno Skelly forse mai così convincente.

Per converso, il limite di canzoni pure suggestive come queste risiede nel loro girare in tondo senza una vera meta, tendendo a ripetere a oltranza sempre il medesimo canovaccio senza curarsi di forzare l’ascoltatore con il colpo a effetto che l’easy listening di rango necessariamente richiede. Ecco perché nel suo sviluppo, “The Curse Of Love” conferma de facto la stessa anomalia della sua genesi. E’ un album disincantato, terso ma esangue, privato in partenza dei lazzi pirotecnici e della gioiosa esuberanza della casa. Rinunciatario, verrebbe da dire, e nondimeno estremamente sincero, come ai Coral non capitava di scriverne da tanto. Da nove anni almeno, per l’esattezza.

(09/12/2014)

  • Tracklist
  1. Curse Of Love (Part One)
  2. Wrapped In Blue
  3. You Closed The Door
  4. The Second Self
  5. View From The Mirror
  6. The Watcher In The Distance
  7. Gently
  8. Willow Song
  9. The Golden Bough
  10. The Game
  11. Nine Times The Colour Red
  12. Curse Of Love (Part Two)




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