Counting Crows

Somewhere Under Wonderland

2014 (Capitol Records) | folk-rock

Un paio di settimane fa ha cominciato a circolare in rete una ricerca americana sul rapporto tra intelligenza e gusti musicali. Musicthatmakesyoudumb, ideata e realizzata dall’informatico Virgil Griffith, aveva incrociato dati estrapolati dai test d’ingresso ai college universitari e i like messi alle pagine di band e musicisti su Facebook. Al secondo posto, appena dopo Sufjan Stevens e appena prima di Guster e Radiohead, c’erano i Counting Crows. A quanto pare la band di Adam Duritz, una delle regine del rock alternativo anni Novanta, sa ancora parlare ai ragazzi, specie quelli con parecchio sale in zucca.

Tutte le ricerche statistiche e antropologiche, naturalmente, lasciano il tempo che trovano. Però è chiaro che i Counting Crows non sono roba per tutti i palati, o per tutti i cervelli. Sul finire dell’estate la band californiana ha sfornato il sesto capitolo di una discografia tutto sommato striminzita, primo disco di inediti dopo "Saturday Nights and Sunday Mornings" del 2008. Ebbene, "Somewhere Under Wonderland" è un buon disco. Niente di nuovo, sotto il cielo del Greenwich Village, il più alto di New York, dove Duritz ormai tende a trascorrere il grosso del suo tempo. Buon vecchio folk-rock saturo di chitarroni e giri di pianoforti malinconici, nove pezzi ben confezionati, qualche episodio decisamente notevole. Potrebbero essere gli scarti di “August And Everything After”, come un po’ tutta la produzione che in questi vent’anni è seguita a quel folgorante, meraviglioso esordio del 1993. Però resterebbero pur sempre degli scarti di prima qualità.

E, soprattutto, l’ispirazione lirica di Adam Duritz non tende ad affievolirsi. Anzi. È qua, più che negli aspetti puramente musicali, che i risultati del lavoro di Griffith non stupiscono: le canzoni di “Somewhere Under Wonderland” sono piccole narrazioni in grado di spalancare a chi ascolta le porte dello sterminato immaginario di Duritz. L’America del miliardo di chilometri di strade, l’America dei luna-park abbandonati e delle verande polverose, l’America che divora l’anima e i ricordi. L’America dello showbiz in cui i Counting Crows, e il loro frontman soprattutto, hanno finito per invischiarsi inevitabilmente, in certe fasi della loro carriera. Duritz cantava dei suoi tormenti escatologici da giovane, figuriamoci ora che ha cinquant’anni: è davvero questo, il sentiero che avrebbe dovuto prendere, o c’è qualcosa di meglio, dall’altra parte del suo Rio Grande?

Le canzoni di questo disco vanno ascoltate per bene, vanno lette per bene. Poi, certo, c’è la musica, e almeno tre o quattro brani si stagliano con un certo nitore sul resto: l’elettrica “Dislocation”, il rassicurante country-rock di “Cover Up The Sun”, l’ipnotica “John Appleseed’s Lament” (parente stretta di "Mr Potter’s Lullaby" di "This Desert Life") in cui fa capolino l’immancabile Maria, e anche l’interminabile “Palisades Park” che apre le danze, otto minuti di lenta corsa all’indietro nel tempo e una semplice domanda reiterata all’infinito che finirà per risuonare e risuonare nel profondo di ognuno di noi: “Hey man, have you seen Andy? Have you seen my Andy”.

(08/11/2014)

  • Tracklist
1. Palisades Park
2. Earthquake Driver
3. Dislocation
4. God of Ocean Tides
5. Scarecrow
6. Elvis Went to Hollywood
7. Cover Up the Sun
8. John Appleseed's Lament
9. Possibility Days
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