Current 93

I Am The Last Of All The Field That Fell

2014 (Coptic cat) | experimental

Le sorti del trentennale progetto di David Tibet sembravano messe in dubbio dall'incerto ascetismo di “Honeysuckle Æons”: un concept solido ma musicalmente poco azzeccato, un esercizio di riduzione ai minimi termini dagli esiti un po' troppo ermetici. Sono passati quasi tre anni, il giusto intervallo per tornare finalmente a orchestrare un'opera di ampio respiro nel segno del celebrato “Black Ships Ate The Sky”. Ma laddove la trilogia da esso inaugurata assumeva toni decisamente terreni – specie nelle distorsioni acide di “Aleph At Hallucinatory Mountain” o nelle occasionali fascinazioni world di “Baalstorm, Sing Omega” – l'ultimo parto del collettivo di Tibet è una panoramica dalle tinte più imprendibili, una deviazione poetica verso mete siderali non prestabilite.
“I Am The Last Of All The Field That Fell” è un macrocosmo plasmato con la complicità di nuove eccellenti collaborazioni: su tutti domina Jack Barnett – accreditato come sound designer – la cui impronta è da subito percepibile, effetto anche del recente magnum opus coi These New Puritans; è questo talentuoso frontman, infatti, a posare i binari dell'intera opera, un sostrato ombroso e paziente che mano a mano si ripopola degli spiriti e leggende che da tempo abitano l'immaginario di Tibet.

“The Invisible Church” si apre su ritmo lento e squadrato, reso inquieto da svolazzi atonali di pianoforte (Reinier van Houdt dell'illustre Ives Ensemble, che tradisce da subito il suo ascendente feldmaniano) e dal bottleneck di una chitarra acustica vacillante e stonata, nella bruma dei lievissimi soffi del clarinetto basso di Jon Seagroatt (più avanti anche flauto traverso). Sono i prodromi di quello che è senza dubbio uno degli episodi più straordinari degli ultimi anni di Tibet e soci: “Those Flowers Grew” ha i contorni mutevoli di una jam session tra costellazioni distanti, che brillano di luci diverse ma in perfetta armonia; dal buio emerge una chitarra psichedelica in wah (Tony McPhee), mentre un John Zorn eccezionalmente pacato si inserisce con spontaneità e controllo dei propri mezzi nel flusso in crescente tumulto.

Tibet non si stanca di far evolvere le proprie soluzioni espressive: il suo tono di voce si espande e ritrae come un mantice in “Kings And Things” e infuria nel concitato climax di “And Onto PickNickMagick”, tra fulmini di chitarre elettriche in sordina. Le sue declamazioni riecheggiano nel canto delicato di Bobbie Watson, voce femminile dei Comus, capostipiti di tutto l'avant-folk a venire; “Mourned Winter Then” è la splendida occasione per riascoltare anche la voce di Antony, che intona un lacrimoso lied degno delle notti ubriache di Matt Elliott. E se gran parte degli strumenti seguita perlopiù a insinuarsi tra le pieghe, il ruolo centrale rimane quello del pianoforte, che tesse trame infuse di un minimalismo sacrale (“With The Dromedaries”), sapendo anche limitare le proprie cellule melodiche alla scansione del tempo.

“The Heart Full Of Eyes” ricalca con un tratto meno marcato le cadenze stoner-doom di “Aleph”, mentre il raro lirismo di “Why Did The Fox Bark?” contamina le geometrie dark di Barnett col neoclassicismo di “Soft Black Stars” in un refrain cristallino, subito contraddetto dall'uptempo vivace di “I Remember The Berlin Boys” (bellissimo, fichissimo turn of the tide – sic); a sua volta “Spring Sand Dreamt Larks” lo trasforma in un tappeto sonoro raffinato e ipercromatico, che si spegne su un moto circolare di Zorn nello stile della nuova leva Colin Stetson. E come nel classico “The Inmost Light”, dopo quasi vent'anni Nick Cave torna a completare il cerchio: una chiusa monodica e rigorosa dove le ultime, sparute voci degli strumenti sono già degli echi lontani, venati di una malinconia d'altri tempi.

Ritorneremo più volte su queste altre iscrizioni, eternamente sospese tra l'Alfa e l'Omega, che mai comprenderemo a fondo ma che continueranno a sembrarci il frutto di uno sguardo del tutto distaccato dal nostro. Privilegio e castigo di un visionario sopra al quale aleggia sempre l'ombra di vascelli neri ma che a tratti, forse, trova ancora un istante di pace dalle visioni apocalittiche passate. Imperfetta e umana oltre le apparenze mistiche, l'arte di David Tibet anela all'immensità dell'universo arrivando ancora una volta a sfiorarla, disperato e sofferente, con un dito appena.

(17/02/2014)

  • Tracklist
  1. The Invisible Church
  2. Those Flowers Grew
  3. Kings And Things
  4. With The Dromedaries
  5. The Heart Full Of Eyes
  6. Mourned Winter Then
  7. And Onto PickNickMagick
  8. Why Did The Fox Bark?
  9. I Remember The Berlin Boys
  10. Spring Sand Dreamt Larks
  11. I Could Not Shift The Shadow


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