Cymbals Eat Guitars

LOSE

2014 (Barsuk Records) | alt-rock

Sono trascorsi tre anni esatti da “Lenses Alien”, l’ottimo lavoro che ha fatto conoscere ed apprezzare al mondo i Cymbals Eat Guitars, e il combo di Staten Island continua a non sbagliare un colpo, confezionando quello che sarà senz’altro riconosciuto come uno dei manifesti dello stato dell’arte della scena alt-rock 2014.
“LOSE” è l’istantanea fissata su un dischetto in maniera indelebile di cosa può tirar fuori oggi una band in seguito all’individuazione del giusto trade-off fra atteggiamento indie e ricerca della complessità. I quattro musicisti americani si comportano così come moderni demiurghi, tesi a modellare gli eventi attraverso la forza della propria personalità.

E’ l’opera numero tre dei Cymbals, sempre guidati con mano ferma da Joseph D’Agostino (cognome che malcela presumibili ascendenze italiane, unico superstite della line-up di inizio carriera), forse meno impattante di “Lenses Alien”, ma lì dove sorprendeva l’effetto novità di una formazione ancora sconosciuta ai più, qui suscita stupore la capacità di confermarsi su livelli eclatanti, puntando su soluzioni meno intricate ma non certo meno suggestive.
“LOSE” serba al suo interno una lunga serie di validi motivi di interesse, che slegano in maniera definitiva la band da certo immaginario musicale tipico dei due decenni appena trascorsi, per proiettarla con forza nella contemporaneità, cosa che accade sin dall’afflato epico di “Jackson”, il brano che meglio si ricollega al disco precedente, e proprio per questo viene posizionato all’inizio della scaletta.

“LOSE” (scritto volutamente a caratteri maiuscoli) è un progetto che ha come tema portante quello della perdita. Dal punto di vista testuale si presenta come profondamente autobiografico, con D’Agostino che incentra il songwriting su ricordi legati alla (perdita della) giovinezza, a volte anche crudi o malinconici.
I ragazzi dimostrano di essere dei credibili sperimentatori, di saper dilatare le atmosfere senza mai diventare tediosi, e al tempo stesso di aver scoperto la ricetta per costruire la perfetta pop song “alternativa”. In tutto ciò la vena experimental-noise è assecondata dalla presenza in cabina di regia di John Agnello, uno che in passato ha saputo amalgamare i suoni di personaggi come Sonic Youth e Dinosaur Jr, mica gente qualunque.

Il disco è idealmente suddivisibile in sezioni, ad esempio la seconda e la terza traccia, rispettivamente “Warning” e “XR”, rappresentano l’area più rabbiosa, dove la prima è un dirompente alt-rock non troppo distante dal post-hardcore di matrice Trail Of Dead, con tanto di falsa chiusura, la seconda un folk-rock incendiario introdotto da armoniche fulminanti.
“XR” delinea uno degli slanci più toccanti, nel quale Joseph ricorda l’amico scomparso Benjamin High, a lui molto vicino durante i primi passi del proprio percorso artistico.

La più strutturata “Place Names” (arricchita da un closing sonico imperniato su chitarre dissonanti) è il ponte che conduce ai due momenti chiave dell’album, che ne caratterizzano la parte centrale, quella con le tessiture più ardite.
Nella cristallina “Child Bride”, gioiellino elettro-acustico che non a caso occupa la posizione di mezzo nella tracklist, D’Agostino ci parla di abusi, mantenendo alto il livello di drammaticità complessivo. Altrettanto fondamentale la lunga “Laramie”, il momento di massima sperimentazione, che si apre con un falsetto alla Prince per poi snodarsi in uno svolgimento ricco di colpi di scena.

La settima e l’ottava traccia, ovverosia la spigliata “Chambers” e la miracolosa “LifeNet”, rappresentano invece l’angolo più catarticamente indie-pop di “LOSE”, in grado di far respirare qualche minuto di apparente leggerezza, conferendo una duttilità, ma soprattutto una fruibilità, che mai i Cymbals avevano avuto prima.
E’ l’altra faccia della luna del gruppo americano, che sa essere complesso ma all’occorrenza anche easy, di un easy che potrebbe rimandare a certi Cure, richiamati da quel cantato a tratti quasi robertsmithiano che di tanto in tanto emerge fra le pieghe del disco. Come accade nella conclusiva “2 Hip Soul”, calma e disperata al tempo stesso, dove tutto si smorza sulle note emesse da un soave pianoforte, lo stesso che apriva “Jackson”, e il cerchio magicamente si chiude.

Dischi come “LOSE” (ma anche come “Guilty Of Everything”, “Eighteen Hours Of Static” e “Here And Nowhere Else”) saranno probabilmente riconosciuti fra qualche tempo come degni rappresentanti della cultura indie della nostra epoca, ma il pericolo maggiore risiede nel rischio che possano essere sottovalutati proprio nel periodo che li ha visti nascere.
Non aspettiamo che un lavoro diventi vecchio, o peggio che un gruppo si sciolga, prima di apprezzarne le qualità: più giusto premiare ora e subito i prodotti più meritevoli. E “LOSE”, ne sono certo, non mancherà di comparire in tante chart importanti di fine anno. Magari non sarà al livello del memorabile “Lenses Alien”, ma ci manca davvero poco.

(03/09/2014)

  • Tracklist
  1. Jackson
  2. Warning
  3. XR
  4. Place Names
  5. Child Bride
  6. Laramie
  7. Chambers
  8. LifeNet
  9. 2 Hip Soul
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