Damien Rice

My Favourite Faded Fantasy

2014 (Atlantic) | pop-folk

Nessun allarme, nessuna sorpresa. A soli quarant’anni, Damien Rice non sorprende più nessuno e anzi, facendo goffamente il verso a sé stesso, ritrova un posto da titolare nel campionato delle “vecchie glorie” del cantautorato, in compagnia di tante altre belle promesse non mantenute oltre l’album d’esordio. Il tempo, si sa, non per tutti è galantuomo, men che meno per il nostro ex-eroe romantico: otto primavere trascorse dall’uscita del secondo lavoro e nelle orecchie il deprimente effetto di un unico, intramontato autunno creativo, di un talento puro, cristallino, brillante, ripiegato purtroppo su sé stesso lungo anni infiniti d’attesa, vittima di soluzioni sonore e melodiche divenute troppo prevedibili, quasi grottesche nel loro essere “già sentite”. Otto pezzi per cinquanta minuti di musica e parole: una fantasia “sbiadita” dichiarata fin dal titolo, un aggettivo che, a ben vedere, rispecchia fedelmente i contenuti.

Entrare in questo disco, registrato tra Islanda e Los Angeles in compagnia del grande produttore Rick Rubin, è come tornare ad accomodarsi in un ambiente familiare e accorgersi che tutto è cambiato anche se nulla è diverso: l’intonaco alle pareti è crepato, il fuoco del caminetto non scalda più il cuore, il quadro in cornice si è tramutato in un ritratto di Dorian Gray. E così anche le ballate folk di Damien Rice. Acustiche, confessionali, intimiste: certo, ma stavolta anche fragili, inoffensive come non mai.
L’autore sembra davvero aver smarrito la ricetta miracolosamente confezionata con lo splendido “O”, che sapeva regalare brani magici, commoventi nella loro semplicità, zampillati fuori da chissà dove, capaci di colpire il cuore di ampie porzioni di pubblico e generare empatia in giro per il mondo. Il sortilegio non si ripete alla terza prova (così come non era accaduto alla seconda). Compare la chitarra acustica e qualche spruzzo di elettrica, i testi sussurrati con un filo di voce, una tenute sezione ritmica e le dilaganti code strumentali affidate agli archi. Ma non c’è più incanto.

Quasi ogni episodio pare girare a vuoto su sé stesso, plasmando un surreale calco di gesso, un'enorme, infinita “b-side” partorita con buone intenzioni: canzoni decisamente prolisse per quel che hanno da offrire (in questo senso è esplicativa “It Takes A Lot To Know A Man”), un tentativo continuo di stupire attraverso il pathos generato da certi arrangiamenti – di archi soprattutto – o ritornelli, scorciatoie e stratagemmi logori che ben presto annoiano provocando sbadigli (ascoltare per credere la chiusura di “The Box”, degna di una triste ribalta sanremese). E questo accade quando si scrive con il pilota automatico inserito, quando i contenuti di un certo peso latitano e allora si ripara sugli effetti “speciali”, illudendosi che basteranno alcune mani di vernice per imbellettare una costruzione pericolante vendendola come nuova al pubblico di massa.

Un paio di buone eccezioni alla routine (per chi scrive si tratta di “The Greatest Bastard” e “I Don’t Want To Change You”, collocate non a caso nel cuore pulsante dell’album) non ci bastano.
Ebbene, il Nostro avrà anche acquisito consapevolezza, serenità, equilibrio lungo il tortuoso processo di maturazione, si sentirà più aperto e libero come ha avuto modo di ribadire in alcune interviste promozionali. Non ne dubitiamo e anzi, siamo ben felici per l’uomo. Molto meno per l’artista, che a caro prezzo sembra averne pagato lo scotto: dispiace dirlo, ma "My Favourite Faded Fantasy" si rivela un disco pretenzioso, che scivola via come acqua fresca.

(05/11/2014)



  • Tracklist
  1. My Favourite Faded Fantasy
  2. It Takes A Lot To Know A Man
  3. The Greatest Bastard
  4. I Don’t Want To Change You
  5. Colour Me In
  6. The Box
  7. Trusty And True
  8. Long Long Way
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