DeLooze

Glass Army

2014 (Pledge) | dark-wave, art-pop

Prendete Bat For Lashes e la Sinead O' Connor più raffinata: avrete ottenuto in men che non si dica la miscela dei DeLooze. In realtà dietro la band che a Londra sembrava dover fare impazzire i darkettoni a cui piacciono le lacrimucce c'è solo la sua immagine principale, ovvero Stacey Delooze, giovane e intraprendente visual artist che è riuscita a radunare intorno a sé in un sol colpo due componenti della macchina di Florence (Chris Hayden e Tom Moth), Mikko Gordon, il super-turnista Cedric Le Moyne e Liran Donin dei Led Bib. Un dream team che non è in realtà riuscito a mantenere in vita l'hype creatosi inizialmente attorno a questo nuovo act, spentosi invece misteriosamente nel giro di pochi mesi.

Veniamo dunque a “Glass Army” e quindi a parlare di un disco decisamente ambizioso, le cui radici più profonde pescano senz'alcun dubbio (manco a dirlo) dalle parti di Siouxsie, ma che cerca di inquadrare i classici stilemi wave contemporanei da una prospettiva, se non nuova, per lo meno inusuale. Chi ha presente i London Grammar potrebbe capirci già qualcosa di più, per tutti gli altri basti scomodare la (a tutt'oggi difficilmente comprensibile) dicitura baroque-pop. Non ci si confonda, perché gli Irrepressibles non c'entrano assolutamente nulla: si tratta semmai di una revisione delle forme più semplici e immediate del dark-wave sognante in chiave teatrale, con dunque vibrazioni elettroniche e rintocchi d'archi, digressioni di sax e cambi di clima improvvisi.

Detto ciò, c'è un dato innegabile che tende a frenare in maniera continuativa la forza del disco: Stacey DeLooze, come già detto, è una visual artist che un giorno ha deciso di fare musica nel senso più tradizionale del termine, dunque slegandosi improvvisamente dal multimediale e più in generale da ambiti nei quali la musica era solo una parte del tutto. E il difetto principale di “Glass Army” è proprio il suo essere formalmente impeccabile (anche troppo) ma sostanzialmente privo di una carica emotiva reale. Si prenda “Nature Boy” e il pensiero va immediatamente a “I Do Not Whant What I Haven't Got”: non serve molto però per rendersi conto che l'impressione è quella di un calco neanche troppo simile all'originale, gradevole, ma privo anche solo di un infinitesimo di dramma.

Il signolo “Lost Army” è forse ancor più sintomatico di quanto detto: cattivo e sporco al punto giusto, sofisticato quanto basta per non restare in testa come una comune pop song, ma freddo e apatico. Su “Deathstar” anche l'arrangiamento sembra voler portare in una direzione di psicodramma simulato ma mai condotto a termine, e a “Mountains” non basta inondare di tocchi trip e malinconia spiritata per graffiare come vorrebbe.
C'è un'eccezione che conferma la regola e porta il nome di “Too Heavy To Stand”, potrebbero averla scritta i Cranberries durante un incubo dei loro (quindi non così spaventoso), è il pezzo meno impegnato e vicino a un rock che qualche anno fa dominava le radio, eppure è il più schietto. Un soldato “umano” in un esercito di vetro, i cui membri in quanto tali agiscono senza sentimento e rischiando di frantumarsi a ogni movimento.

(16/06/2014)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Nature Boy
  3. Death Star
  4. Holler
  5. Mountains
  6. We Are Transient
  7. Too Heavy To Stand
  8. The Show
  9. Lost Army
  10. Roads
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