Derek Piotr

Tempatempat

2014 (Monotype) | experimental

Il nome di Derek Piotr è uno di quelli che probabilmente non dirà granché a buona parte di chi legge. Misconosciuto ai tipici circuiti di diffusione musicale, Piotr si è guadagnato nel giro di un lustro scarso referenze e collaborazioni tali da poter bastare per una vita, almeno per chi opera nell'avanguardia vocale e nel post-digitale: Meredith Monk, Richard Chartier, Agf, Steinbrüchel, Scanner, tra gli altri. Ancora più degno di nota se ad averle collezionate è un ragazzo di ventitré anni nato nella Polonia post-cortina di ferro.

Il primo album di Derek Piotr, “Agora”, veniva alla luce nel 2011, seguito a ruota da “Raj” e “Airing”, dischi incentrati nel tentativo di sposare la sperimentazione sul suono, che prende le mosse dalle tecniche di composizione tipicamente elettro-acustiche, con la ricerca sulle dissonanze vocali, con particolare attenzione alle scale non occidentali, richiamando in quest'ultimo punto altre ispirazioni più o meno palesi, da ricondurre a Maja Ratkie, Tanya Tagaq, Theo Bleckmann, ma anche e soprattutto la Björk di “Medúlla”. Dischi che però, vuoi per osticità o per risultati a tratti ancora acerbi soprattutto nell'uso della voce (Piotr non ha l'ugola della Monk né la classe innata di Mrs. Ripatti), rimangono degli interessanti esercizi di stile al cospetto di questa quarta opera, che finalmente espone con eleganza e misura le intuizioni del nostro.

“Tempatempat” è una parola dal bahasa indonesiano e anticipa il focus del disco che è, sonicamente, il gamelan e concettualmente l'esperienza meditativa. Proprio questo forse è l'unico requisito che viene richiesto dall'album: sedersi a gambe incrociate e semplicemente ascoltare.
La dolce apertura di “Bhadrakali”, che sboccia in un pigro ma luminoso glitch-folk quartomondista, non deve però trarre in inganno: la musica di Piotr non è digressione etno-ambientale né psichedelia a tinte fourth-world, ma un miniverso personale che non cerca di essere altro da quello che è, intimo, fragile eppure perseverante nell'inseguire una visione fugace, con il rischio calcolato di risultare criptico o indigesto. È sufficiente infatti che arrivi “Mandala” per avere un'immagine più nitida del procedere di Piotr: ritmiche glitch certosine, voci filtrate o taglia-e-cucite su scale estremo-orientali ma sempre ossessivamente off-tune, girandole gamelan a riempire di calore e colore la vignetta ma senza intaccare l'umore semi-cosciente e malaticcio.
L'intera parte centrale dell'album, con “Rift” e “Terminal”, prosegue per sottrazione con questo schema, fino alla semi-estasi di “Stay”. “Intersaction Of Rivers”, splendida nella sua fusione, questa volta secca, tra elettronica e gamelan, rappresenta il giro di boa della seduta, che torna su codici più comprensibili per schiudersi in chiusura in un nuovo bocciolo gamelan, “Yogyakarta”, stesso motivo di “Bhadrakali” ma inevitabile nuovo, più enigmatico, significato.

Lungi dall'essere un disco perfetto – dal trascurabile remix di Steven Roden in coda al disco, a un certo egocentrismo vocale ingiustificato di cui soffrono alcuni momenti – “Tempatempat” è senza dubbio ad oggi il lavoro più compiuto e complesso di Derek Piotr. Ostico ma non inaccessibile, asciutto ma affatto arido o incolore, si inserisce in una dimensione/tradizione musicale introspettiva e meditativa. Oltre a candidarsi con ogni probabilità tra gli ascolti più stranianti che farete quest'anno.

(11/05/2014)

  • Tracklist
  1. Bhadrakali
  2. Mahakali
  3. Mandala
  4. Rift
  5. Terminal
  6. Encloses
  7. Thicket Of Light-Needles
  8. Stay
  9. Intersection Of Rivers
  10. Takataka
  11. Slow March
  12. Conifers
  13. Yogyakarta
  14. Encloses (Steve Roden remix)
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