Downliners Sekt

Silent Ascent

2014 (InFiné) | dream-techno, post-dubstep, dub-techno

Chi avrebbe mai detto, una decina d'anni fa, che il dubstep sarebbe diventato elemento di riconversione del verbo techno? Da allora, sotto i ponti è passata davvero un sacco d'acqua. E il fatto più interessante non è certo l'incredibile quantità di artisti che, affascinata dal progressivo trionfo della bass music, ha adattato il suo stile a questo nuovo fenomeno: a stupire davvero è semmai la conseguente nascita di numerosissime declinazioni diverse di quello che comunemente si definisce post-dubstep. Oggi sul dialogo tra martello e drop bass Scuba ha fondamentalmente costruito una carriera, Shackleton ha lavorato come un designer illustrando l'incredibile moltitudine delle potenzialità del mix, Shed ha assunto il ruolo dell'architetto imponendo un nuovo standard a un'etichetta “conservatrice” come Ostgut Ton. E poi c'è Andy Stott, che due anni fa con uno dei dischi più belli e freschi degli ultimi anni ha mostrato che con questa techno si può anche sognare.

Fabrizio Rizzin e Pere Solé devono aver seguito con profonda attenzione da quel di Barcellona l'evolversi di questo fenomeno, almeno a giudicare da come la loro musica sia stata in grado di seguire e in certi casi addirittura precedere le intuizioni di ben più noti e blasonati colleghi. E dopo una schiera di lavori (due album e una manciata di Ep) licenziati in casa, a notarli ci ha pensato Mary Anne Hobbs, la grande artefice e regista del fermento dubstep. Di lì a un posto sul catalogo InFiné ci è voluto ben poco, e il passo corrisponde con quello che è di gran lunga il miglior disco della loro (non così breve, visto che la prima pubblicazione risale al 2005) carriera. Un disco che proprio sull'ipotesi-ipnosi gioca carte fino ad oggi tenute segrete dai due, andando a raccogliere quanto seminato dallo stesso Andy Stott e da The Field senza dimenticare le lezioni sporche del miglior Actress e l'esposizione della claustrofobia techno alla luce del sole operata da Tobias.

Il tutto su un'intelaiatura ritmica che parla una lingua fin troppo precisa, quella che Zomby ha portato all'apice formale l'anno scorso nel suo “With Love” e che si spalma inconfondibile lungo tutta l'apertura da capogiro di “Soul Débris”, fra singhiozzi melodici, dub alieni e l'eco lontana del ghetto. La scena si ripete in “Eiger Dreams” con un accento ulteriore sulle convulsioni dei sample in una sorta di juke per marziani, mentre sula distesa ipnotica di “Junior High” e sui richiami tribali della splendida “This American Life” potrebbe esserci in calce la firma di Vladislav Delay. “Once Mercurial” chiude il conto delle meraviglie sfoggiando altri sette minuti al fulmicotone, stavolta da una prospettiva più vicina a certa house made in Uk (e per certi versi più pop) seppur senza perdere la classe che caratterizza l'intero lavoro.

C'è poi un lato più freddo e rigido della musica dei Downliners Sekt, un lato che sacrifica parzialmente la sostanza per plasmare una forma di lusso. Vi rientrano a stento il gioiello ambientale della title track e i due volti – immerso nella nebbia il primo, sensuale quasi in chiave deep-techno il secondo – di “Balt Shakt”, e in maniera più calzante lo schiacciasassi al ralenti di “Etern” e tre brevi frammenti chiamati a spezzare il ritmo prima e sfumare la chiusura poi. Per una techno che continua in gran parte, per mano dei suoi portabandiera, a volersi mantenere pura e a cercare linfa vitale nella claustrofobia, c'è una techno che ha trovato nella contaminazione la sua via di fuga, e non certo da oggi. “Silent Ascent” ne è importante emblema e prima ancora è dimostrazione di quante siano ancor oggi le prospettive che il post-dubstep è in grado di offrire.

(02/09/2014)

  • Tracklist
  1. Soul Débris
  2. Silent Ascent
  3. This American Life
  4. Hors Phase
  5. Balt Shakt I
  6. Eiger Dreams
  7. Reversal
  8. Junior High
  9. Etern
  10. Balt Shakt II
  11. Once Mercurial
  12. Give Him Your Heart
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