John Edwards, Mark Sanders, John Tilbury

A Field Perpetually At The Edge Of Disorder

2014 (Fataka) | free improvisation

Nell'ambito della libera improvvisazione “classica” (benché gli incroci con l'elettroacustica siano tutt'altro che rari) il nome di John Tilbury è divenuto non soltanto una garanzia di qualità, ma anche un vero e proprio epicentro per gruppi sempre nuovi di strumentisti talentuosi. Non male per un pianista alle soglie degli ottant'anni, la cui professionalità è però giustificata da quasi mezzo secolo di carriera, sostenuto da seri studi classici e dalla militanza negli AMM sin dagli anni 80.
E un valido alleato in via d'affermazione è l'etichetta Fataka, già artefice lo scorso anno di un altro riuscito album in trio: “Exta” vedeva lo stesso Tilbury affiancare il versatile sassofonista John Butcher con il più affermato Thomas Lehn, nome di punta della EAI.

Registrato live nel giugno del 2013 al Cafe OTO di Londra, autentico santuario per la scena impro contemporanea, “A Field Perpetually At The Edge Of Disorder” trae il suo titolo da un testo di Martha Rosler (“Culture Class”), un saggio che indica gli artisti degli ultimi decenni come la forza motrice della rivitalizzazione dei contesti urbani. A maggior ragione, dunque, un titolo che ben si applica a ciò che ascolteremo: esplorazioni sul filo del rasoio, costantemente al limite con il caos senza mai cedergli davvero. Provoca sempre sincero stupore incontrare performance di questo livello, dove gli interventi dei singoli musicisti sono talmente appropriati e puntuali da non credere quasi alla loro natura “immediata”.

Per quasi 70 minuti l'ascoltatore si confronta con stimoli improvvisi che vanno di pari passo con quelli degli esecutori – a ben vedere, la più basilare delle formazioni jazz (anybody digs Bill Evans?). Il pianoforte di Tilbury rappresenta ormai la perfetta fusione tra gli svolazzi “preparati” di John Cage e la riflessiva pregnanza di Morton Feldman (del quale Tilbury ha fedelmente eseguito l'intero catalogo pianistico); con la curiosa aggiunta di alcuni richiami per uccelli, utilizzati nella prima parte dell'esibizione. Il contrabbassista John Edwards – già al fianco di colossi come Peter Brötzmann e Roscoe Mitchell – sfodera un'ampia gamma di tecniche con precisione e intuito camaleontico: dai pizzicati nei passaggi più rarefatti, in punta di piedi, ai grattugiamenti e gli slap nelle occasionali impennate, pur senza disdegnare il più tradizionale archetto. Infine da segnalare l'ottima performance di Mark Sanders le cui percussioni, delicate e altrettanto varie nei suoni e nelle combinazioni, giustamente non dettano il tempo ma si inscrivono come ulteriore nota di colore nel mélange, dinamico e imprevedibile ma sempre singolarmente pacato.

Il senso per l'atmosfera e i colpi di scena, l'intesa e l'indiscutibile classe di questi musicisti riescono ancora una volta a dar vita a un'indagine sonora enigmatica e di sublime fascino. Si tratta probabilmente del versante più nobile dell'odierna avanguardia, la quale ha già sapientemente metabolizzato le correnti storiche e le reinterpreta ora in stile libero, con una disinvoltura che ha quasi del sovrumano. Più che parlarne, è veramente il caso di stare ad ascoltare, ammirati.

(07/09/2014)

  • Tracklist
  1. Part I
  2. Part II
John Edwards, Mark Sanders, John Tilbury on web


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