Elisa Ambrogio

The Immoralist

2014 (Drag City) | dream-pop

Arrivare all’esordio solista dopo essersi prodigata in una serie impressionante di pubblicazioni di gruppo – una cinquantina buona, perlopiù carbonare – ha tutta l’aria di un record che sarà quasi impossibile eguagliare. Protagonista dell’impresa la folle Elisa Ambrogio, sacerdotessa del radicalismo sonico alla guida dei Magik Markers. Alle spalle un decennio abbondante di registrazioni e concerti molto sopra le righe, la ragazza deve essersi sentita pronta per qualcosa di più adulto, evidentemente, rendendo fin troppo facili i vaticini che profetizzavano per lei una svolta draconiana. Coccolata senza riserve dalla Drag City, ha optato per un esiguo ma eccellente cast di comprimari: Jason Quever responsabile di battiti e regia, con la chitarra di Donovan Quinn a donare equilibrio. A proposito di quest’ultimo, si accettano scommesse su chi abbia maggiormente insistito per una partecipazione magari defilata ma cruciale, se proprio il Quever gregario negli Skygreen Leopards o quel Ben Chasny che ha imbastito negli anni progetti condivisi con l’uno (New Bums) e con l’altra (200 Years, Basalt Fingers).

Il titolo l’ha preso in prestito dall’omonimo romanzo di André Gide, baratro introspettivo e inno allo stravolgimento che tradisce più di un raccordo umorale con la sua parabola. “The Immoralist” risuona tuttavia come l’antitesi espressiva della depravazione. Al posto delle sfuriate noise senza costrutto e senza compromessi, offre asilo a bagliori più tenui, incendi tenuti sotto stretto controllo e una sensibilità delicata, squisitamente femminile, come nei recessi di una discografia da terrorista intransigente si era vista solo accennata in occasioni più uniche che rare (certi episodi di “Boss”, ad esempio, lavoro tra i più potabili dei Markers). Ogni eccesso è opportunamente lasciato da parte come a chiarire che non ci sarà spazio per facili provocazioni, e che le aspettative di chi vorrebbe costringere la cantante in una forma fatta andranno per forza deluse. Si parte invece nel segno del pianoforte, della voce e dei riverberi, tutti omeopaticamente dispensati, ma anche di un intimismo prezioso, una fragilità umanissima che riporta alla mente le ombre dolorose di Mark Linkous, pure in un clima di solipsismo più vibrante.

Si apprezza, in questa prospettiva di etereo minimalismo, un fascino sepolto e sfuggente, anche ordinario nella sua posa dimessa ma in grado di solleticare a dovere. Certo “Superstitious” una sensazione di ostilità silenziata, di diffidenza guardinga e felina, la lascia, ma fa parte del personaggio e non pregiudica l’ascolto, anzi. E’ un album gracile e umile questo, pieno di spifferi eppure struggente. Con le sue parche astrazioni, la statunitense dipinge in “Reservoir” una parvenza di pace, ma dietro la quiete apparente ristagna un fondo di inquietudini malmostose, ancora lontane da quella grazia che qui è solo suggerita: un bluff che riesce piuttosto bene perché la Ambrogio sa incantare la sua platea grazie a una malia diafana, silvana, quasi aliena, come Jana Hunter nel suo inciso più narcotico. E questo tono flemmatico viene replicato a oltranza, in un disco che a modo suo brama la luce come unica fonte vitale. Nelle lacerazioni trattenute dell’elettrica, assecondate dalla purezza di un canto per lei genuino come non mai, si potrà riconoscere allora la franchezza sofferta della miglior Scout Niblett, spirito affine minato dai propri fantasmi, incantevole, inafferrabile (“Mary Perfectly”).

Il dream-pop dolcemente perturbato di Elisa si muove in direzioni impreviste. Lo dimostra la meravigliosa “Kylie”, che evoca suggestioni di musica concreta alla maniera dei Rachel’s di “The Sea And The Bells”, con alla testa però l’anima irrequieta dell’ultima Azita (o in subordine, se preferite, i mesmerismi di Julia Holter). Altrove ci si concede scampoli di movimento, senza mai abdicare al rumore. “Clarinet Queen” è un po’ Kim Gordon tra le architetture sghembe di “A Thousand Leaves”, un po’ il naturismo artistico di Lydia Lunch, al netto di ogni efferatezza. Difficile dire se si tratti solo di un pregevole esercizio di stile, anche se sulla sincerità della Ambrogio saremmo comunque pronti a scommettere il famoso nichelino, almeno in questo frangente. Non c’è equivoco di sorta, invece, che possa impedire di riconoscere la Gioventù Sonica di “Sister” tra le pieghe di “Stopped Clocks”, altro pezzo di bravura mimetica e godibile trasformismo. Prima di un finale scarno, lunare eppure radioso come certi paesaggi di Jenny Hval (che non si nega l’apertura a ipotesi cantautorali più ortodosse), c’è spazio anche per sottili richiami ai Royal Trux, in un quadro morbidamente atmosferico che sa però di sublimazione luminista, di bruma diffusa, un po’ come nei più recenti e incorporei Besnard Lakes ("Comers").

E’ davvero un buon album, “The Immoralist”, oltreché la conferma sostanziale del tenore non facile dell’artista del Connecticut e riprova di quanto imprevedibile lei sappia essere. Al di là dello spiazzamento che regala a chi la conosceva per tutt’altra inclinazione musicale, resta un piccolo scrigno di piacevoli sorprese. Peccato ci siano voluti tutti questi anni e così tante incrostazioni da affrontare per vederlo aperto, finalmente.

(30/11/2014)

  • Tracklist
  1. Superstitious
  2. Reservoir
  3. Mary Perfectly
  4. Clarinet Queen
  5. Kylie
  6. Far From Home
  7. Stopped Clocks
  8. Comers
  9. Fever Sealed Yes Forever
  10. Arkansas
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