Fabi Silvestri Gazz

Il padrone della festa

2014 (Sony/ Universal) | songwriter, folk-pop

Vecchi amici, quasi fratelli. Una, due, centomila storie raccontate per vent’anni o giù di lì: all’ombra di un albero di fico, tra i solchi di un album, su e giù da un palco, il successo prima solo sognato e ben presto meritato. Premi, targhe, riconoscimenti. Arrivi e partenze, nascite e funerali. E poi? Davvero, cos’altro può succedere a tre valenti cantautori quando i 46 e i 47 anni bussano alla porta e un temuto blocco dello scrittore annebbia i confini della stanza? Qual è il miglior antidoto alla sazietà artistica, alla soddisfazione sonnolenta, quella che fa crescere pance, doppi menti alle canzoni prima ancora che vengano scritte?
Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé, con tutti i loro dubbi, hanno saputo rispondere alle domande incidendo a sei mani “Il Padrone della Festa”, dimostrando coi fatti che l’unione fa la forza e che un progetto musicale cui si lavora con passione, cura e dedizione non potrà mai essere un banale divertissement, una sbronza malinconica tra vecchie glorie in libera uscita. A loro non è accaduto: la scommessa si è rivelata vincente perché i loro spiriti sono sorprendentemente affini e i rispettivi ego non hanno annacquato il fluido della creatività. Ognuno ha saputo, voluto mettersi in viaggio in maniera fresca, lucida, curiosa, giocosa. Raramente capita tra superstar, ma quando accade, ecco che l’armonia reciproca lascia sbocciare strofe, melodie, ritornelli orecchiabili, ballate offerte in punta di plettro. E quasi nulla è da buttar via.

In un’atmosfera rilassata e festosa, in ottima compagnia (Paolo Fresu, Roberto Angelini, Adriano Viterbini, Fabio Rondanini, Piero Monterisi, Jose Ramon Caraballo Armas) le chitarre elettro-acustiche hanno accolto i pianoforti e le tastiere, i sintetizzatori e i fiati. Il canto ha trovato un ritmo. Et voilà: dodici brani per quarantanove minuti di “scuola romana” della miglior specie.
L’esperienza e la sensibilità hanno fatto il resto, tre voci fuse in una sola, proprio come le radici dell’albero dipinto in copertina: Daniele con la sua ironia corrosiva, mille parole sempre incastonate ad arte; Max, il lunatico Pierrot, sperimentatore stravagante e ultimo dei diversamente romantici; Niccolò, osservatore/viaggiatore/filosofo, disposto a bruciarsi pur di sentire e infine confessare.
“Questa partenza è la mia fortuna, un orizzonte che si avvicina/ sotto il mio camion c’è la mia cucina e intanto aspetto/ che il fondo liberi le mie ruote/ che la pianura calmi la paura/ che il giorno liberi la nostra notte/ tutti insieme/siamo tanti/ siamo distanti/ siamo fragili macchine che non osano andare più avanti/ siamo vicini ma completamente fermi/ siamo famosi istanti divenuti eterni” (estratto da “Life Is Sweet”). E ancora: “L’amore non esiste/ è un cliché di situazioni/ fra due che non son buoni/ ad annusarsi come bestie/ finché un muro di parole che hanno eretto/ resterà ancora fra loro/ a rovinare tutto/ è l’effetto prorompente di dottrine moraliste/ sulle voglie della gente/ è il più comodo rimedio alla paura/ di non essere capaci a rimanere soli/ l’amore non esiste/ ma esistiamo io e te/ e la nostra ribellione alla statistica/un abbraccio per proteggerci dal vento/ l’illusione di competere col tempo/ non ho la religiosa accettazione della vita/ potessimo trovare altri sinonimi del bene/l’amore non esiste/esistiamo io e te” (da “L’amore non esiste”).

C’è spazio per il Dio del tempo che “lo inchioderei/ proprio nel momento in cui/ vestita di tempesta/ non ti ho vista più/ ma come vuoi che stia/ se non mi riprendo da quest’idiozia/ sono sotto arsenico/un po’ nevrastenico/ da un mese in qua” e per quello delle piccole cose “che sappia i silenzi mai diventati parole/ che sappia i gradini di pietra e le estati scoscese/ quel nome che hai proprio lì sulla lingua e non viene/ Dio mostrale i passi di danza che aveva sbagliato/ conserva le foto in cui s’era trovata per caso/ raccogli le briciole perse di ogni esistenza/ i respiri sui vetri di treni in partenza”. In chiusura, il vero protagonista, appunto quel “padrone della festa” che è poi la Madre Terra, un ambiente naturale da difendere, da preservare, la Grande Bellezza che abbiamo colpevolmente smesso di rispettare, perduti come siamo nelle nostre piccole faccende.
“Dicono che fossero giganti i primi uomini che camminavano sul mondo/ per questo forse allora di errori così grandi non c’era bisogno/ no, non c’era bisogno/ di sacrificarci a un Dio di poche lire/ pagarlo col silenzio perché si deve progredire/ ma è come un albero che cresce nella direzione opposta/ le radici perse in aria e la testa nascosta/ e invece ciò che ti riguarda mi riguarda/ come ciò che lo riguarda ti riguarda/ se siamo ammanettati tutti insieme/ alla stessa bomba”.

Ci sarà una tournée nei palasport, prima europea, poi italiana: con sorprendente originalità, quasi tutti gli addetti ai lavori già l’hanno ribattezzata “Banana Republic 35 anni dopo” (e chi l’ha fatto ha sempre e soltanto ricordato il Principe e il Folletto del 4 marzo a discapito di Ron e dei futuri Stadio, che invece furono altrettanto preziosi). A ben vedere, almeno per chi scrive, sono più le differenze che non i punti in comune, al di là delle tante Anna e dei Giovanni cantati nel 1979 come nel 2014. E non ce ne vorrà la premiata ditta Fabi/Silvestri/Gazzé se in questa sede si ridimensionerà, almeno un poco, anche il temibile binomio “rischio” e “pericolo” sventolato da tanta stampa a proposito di ipotetici quanto rovinosi naufragi di carriere nel caso qualcosa fosse andato storto. Preferiamo parlare di scommessa vinta: e davvero non è poco. Benvenuti ragazzi. Bentornati.

(18/09/2014)



  • Tracklist
  1. Alzo le mani
  2. Life is sweet
  3. L'amore non esiste
  4. Canzone di Anna
  5. Arsenico
  6. Spigolo Tondo
  7. Come mi pare
  8. Giovanni sulla terra
  9. Il Dio delle piccole cose
  10. L'avversario
  11. Zona Cesarini
  12. Il padrone della festa


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