Fanfarlo

Let's Go Extinct

2014 (New World Records) | pop-rock

Il terzo capitolo discografico per ogni band che si rispetti è il punto di non ritorno, e questo avviene innegabilmente anche per i Fanfarlo; nel frattempo il pubblico, intrigato dal fascino dell’esordio e messo in allarme da un indeciso follow-up, sembra non aver più confidenza con la band che molti avevano erroneamente messo nel calderone degli Arcade Fire.
Avevamo già individuato in “Room Filled With Light” un’autonomia stilistica che li allontanava dai canadesi: il loro è infatti un pop cesellato finemente, che non ama la sciatteria del lo-fi o l’attitudine indie-rock e non frequenta più le affascinanti malinconie dei Sigur Ròs.

L’ambizione che premeva dietro “Reservoir” non è andata persa, ma si è camuffata dietro un pretesto che trasforma “Let’s Go Extinct” in un concept-album sul futuro dell’umanità: ma è l’elemento meno interessante di questa nuova avventura di Simon Balthazar e compagni.
Salutato come un ritorno del gruppo alle origini folk-pop e come il loro miglior album, il nuovo capitolo dei Fanfarlo li vede inaspettatamente protagonisti di un disco di pop elettronico.
Quello che sembra incombere sulla band è l’anonimato stilistico: “Life In The Sky” apre infatti l’album evocando Metronomy e Dexys nello stesso istante, ed è un susseguirsi di citazioni che accompagna tutte e dieci le tracce. Il David Byrne di “Uh Oh” è la vera materia organica di “Cell Song” e “A Distance”, e i Deacon Blue sorridono mentre scorre la melodia di “We’re The Future”, ed è ”Myth Of Myself (A Ruse To Exploit Our Weaknesses)” l’unica traccia capace per un attimo di rinverdire la magia degli esordi (stranamente anche uno dei pochi brani dove il cantato di Simon Balthazar recupera emozione e pathos).

“Let’s Go Extinct” è un album bifronte: la leggiadria del pop anni 80 che i Fanfarlo hanno voluto incrociare funziona sul passo breve, le canzoni swingano con delizia e piacere, ma non reggono un’analisi più approfondita. Se questo sia un problema lo facciamo decidere all’ascoltatore, ma non senza sottolineare che la parziale delusione che accompagna questo pur piacevole album nasce dalla consapevolezza che se Simon Balthazar osasse varcare il confine delle proprie idiosincrasie, potrebbe regalarci quel capolavoro tante volte promesso ma mai realizzato.
Quando la band riesce a mettere insieme riff accattivanti e arrangiamenti vezzosi, il mix è irresistibile, come nella trascinante “Landlocked”, e quando Simon rielabora le sue ambizioni sonore, riesce a sfiorare il capolavoro chamber-pop con “Painting With Life”, uno di quei brani che finirà inevitabilmente in tutte le compilation delle canzoni più intriganti e affascinanti del 2014.

Per apprezzare fino in fondo “Let’s Go Extinct” è necessario un cambio di prospettiva: ascoltando “Grey And Gold” e “The Beginning And The End” è facile pensare ai Prefab Sprout di “Jordan The Comeback” o ai Deacon Blue di “Dignity”, e quindi comprendere che la band è riuscita in parte ad assimilare nel concetto di canzone pop la sua particolare attitudine all’arrangiamento sontuoso, ma la sensazione di poca sostanza affiora qua e là, smorzando l’entusiasmo che sgorga dalle frizzanti melodie. Il verdetto definitivo è ancora una volta rinviato.

(15/02/2014)



  • Tracklist
  1. Life In The Sky
  2. Cell Song
  3. Myth Of Myself (A Ruse To Exploit Our Weaknesses)
  4. A Distance
  5. We’re The Future
  6. Landlocked
  7. Painting With Life
  8. Grey And Gold
  9. The Beginning And The End
  10. Let’s Go Extinct

 

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