Farben & James Din A4

Farben presents James Din A4

2014 (Faitiche) | abstract, house collages

Farben è Jan Jelinek, ovvero Gramm, ovvero un monumento vivente che da qualcosa come quasi vent'anni ci dimostra che con l'house si può fare davvero di tutto. Tanto che non fosse per certi zampilli che sgorgano nel bel mezzo del fragore faremmo persino fatica a definirla house, con tutto che a Berlino il verbo storico è e resta la techno e pure questo nei suoni di Farben si sente. Ma guai a parlare di tech-house: si tratta semmai di un meticcio dei suoni, di un'elettronica che porta alto il vessillo kraut anche fuori dal contesto originario. L'elemento da sempre decisivo in Jelinek è proprio l'abilità e originalità delle “direzioni” da dare a quel meteorite spezza-orbite che è la sua musica.

La sua ultima trovata è quella di prendere e costruire i suoi pezzi con i suoni di qualcun altro, e nel caso specifico di Dennis Busch, da quindici anni titolare della Esel con il supporto (non da poco) in distribuzione della Kompakt, ma soprattutto colui che divenne famoso (per quanto limitatamente a un ambiente d'élite) per lavorare solo con il sound collage. Sembra quasi una coincidenza il fatto che questa collaborazione segua di pochissimo il parto trentennale condiviso da Uwe Schmidt e Marc Behrens, che hanno scelto proprio il cut-up come forma di congiunzione fra i tanti frammenti sonori scambiatisi nel corso degli anni. Fatto sta che qui siamo di fronte, sulla carta, a una radicale revisione del concetto stesso di elettronica astratta.

Sulla carta nel senso che il risultato è molto meno altisonante delle sue premesse. Quello che poteva essere uno showcase di Busch e del suo progetto James Din A4 a cura delle sagge e sapienti manopole di Farben si rivela in realtà una collaborazione in cui i suoni dei due trovano la più classica delle conciliazioni. Il tutto ad aumentare il già cospicuo istrionismo di Jelinek, che stavolta sembra davvero suonare come un Actress d'annata, ovvero decisamente meglio di quello che ha salutato con un addio che sa tanto (troppo) di arrivederci in “Ghettoville”.
Insomma, “Heimkehr Der Vulgaren” è deep-house della più ipnotica suonata nel fango, “Lucifer Rising” recupera Andy Stott e lo spolpa all'osso, “Powerbaum” mira addirittura al wonky. Ed è un gran bel sentire.

Nondimeno “Krieghelm Hundewasser” fa girare un groove marcio nel mezzo di una selva oscura e ci mette quel sibilo che tutti a turno hanno rubato ai Kraftwerk, “Helfen Im Sitzen” chiude sul fondo dell'oceano e “Das Chinesenschwert” tocca di nuovo Flying Lotus e nel frattempo ci ricorda che Berlino è la città del Berghain, piaccia o meno. E poi però c'è la marcetta aliena e pulita di “Please Excuse My Face”, che mostra “cosa sarebbe successo se le premesse fossero state rispettate”: battito che sembra quasi di xilofono, ossigeno consumato dai ronzii e alle spalle un cinema di suoni che scorrono. Lo stesso, in apertura, aveva fatto illudendo la trance sudicia di “Kader Dolls”, ma val la pena dirlo ora: lasciarsi depistare fa parte del gioco. Non si può aver tutto, e per stavolta basta e avanza il “bel sentire”.

(15/05/2014)

  • Tracklist
  1. Kader Dolls
  2. Powerbaum
  3. Lucifer Rising
  4. Rettung
  5. Please Excuse My Face
  6. Krieghelm Underwasser
  7. Das Chinesenschwert
  8. Fahles Graz
  9. Helfen Im Sitzen


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.