Fink

Hard Believer

2014 (R'COUP'D) | alt-folk, alt-pop, soul-folk

Forse non ce ne siamo accorti particolarmente, perlomeno dalle nostre parti, ma nello scorso decennio è cominciata una delle avventure cantautorali più particolari degli ultimi tempi, un’evoluzione artistica senza precedenti. Un po’ per il collocarsi di quest'ultima – con un certo, giustificato orgoglio artistico - su quella strada di mezza via che in pochi si possono permettere, il mondo musicale manicheo di oggi non ha ancora riconosciuto un successo universale a Fin Greenall, il Bristol-iano (e quindi in un certo senso predestinato, si ascolti l’intro di “White Flag”) cantautore dietro al progetto Fink.
Prima di darsi alla carriera da singer/songwriter, nel 2006, Fink era infatti un produttore di musica elettronica affermato, con una solida carriera alla Ninja Tune, della quale diventò una delle prime uscite non elettroniche. Di quel periodo, è ormai storica la sua collaborazione con una Amy Winehouse di appena 16-17 anni, con la quale preparò le prime demo da mandare in giro, aiutandola a comporre i primi pezzi. In tutti questi anni Greenall ha dimostrato come si possa fare musica emotivamente sentita e allettante dal punto di vista commerciale, senza mai cedere di un millimetro alle lusinghe del pop contemporaneo.

In “Hard Believer”, così come nel corso iniziato col precedente e anch’esso interessante “Perfect Darkness”, è rara la capacità dell’inglese di coniugare un tono generale di sicuro appeal per il pubblico (tra il primo Bon Iver e, in alcuni spezzoni come "Looking Too Closely", la sommessa coralità imbronciata dei National) e una scrittura complessa, che evita con accuratezza i luoghi comuni ma che usa con esperienza soluzioni strumentali e armoniche per arrivare con forza all’orecchio dell’ascoltatore, così come negli Elbow smaglianti di “The Seldom Seen Kid” o nell’ultimo Bell X1.
In “Hard Believer” la componente bandistica della musica di Fink ha spesso la meglio sulla traccia prettamente cantautorale, così che alcune caratterizzazioni strumentali diventano più evidenti della voce di Greenall (la sinuosa e bella linea di basso di “Green And The Blue”, vagamente ripresa in “Two Days Later”). È così che riescono anche quelle progressioni paniche che spesso costituiscono l’espediente emotivo di molte band sulla cresta dell’onda (la catarsi di “Shakespeare”).

Non vanno comunque messe in secondo piano le interpretazioni sempre intense di Greenall (che confessa di mettersi a piangere spesso, durante le registrazioni). È da qui che nasce il sottile equilibrio della sua musica, da questo groove urgente, ansioso che mette insieme la sua voce e la sua chitarra (“Truth Begins”). È quello che tiene insieme l’accavallarsi frenetico e post-moderno di “Pilgrim”, incalzante mantra Yorke-iano.
Ed è quello che ravviva più internamente le tracce più soul-folk del disco, animate dal growl di Greenall laddove ci si aspetterebbero interpretazioni più posticciamente femminee, e rese strumentali più lineari (“Keep Falling”).

Così anche la grandeur sonora del disco (“Too Late”) non riesce per niente indigesta, anzi è l’ennesimo passo nell’organica evoluzione stilistica del progetto – la produzione viene da Billy Bush (Garbage, Beck), ma è chiaro che Greenall e soci, abituati all’autoproduzione, hanno saputo guidare il processo e costruire qualcosa di nuovo per il progetto Fink.
Un nome che si immaginerebbe senza problemi in vetta alle classifiche, ma con abbastanza pelo sullo stomaco da presentarsi all’ascoltatore con un sommessamente sinuoso brano folk-blues come la title track. Come si fa a chiedere di più?

(01/08/2014)



  • Tracklist
  1. Hard Believer
  2. Green And The Blue
  3. White Flag
  4. Pilgrim
  5. Two Days Later
  6. Shakespeare
  7. Truth Begins
  8. Looking Too Closely
  9. Too Late
  10. Keep Falling


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