Gil Hockman

Dolorous

2014 (autoproduzione) | songwriter, post-folk

Se non lascia ben sperare la copertina orrenda che pare tirata fuori da un pessimo show comico britannico anni Sessanta, non ci metterete molto a ricredervi sul valore di quest’opera, non appena avrete premuto il tasto play e iniziato l’ascolto di “Dolorous”, secondo full length del songwriter sudafricano. Da sempre abituato a raccontare di ogni cosa del mondo che lo circonda, questa volta Gil Hockman si concentra piuttosto sulla figura dell’ex-amata e sulla conseguente rabbia esistenziale che scaturisce dallo spezzarsi di un legame amoroso, riuscendo perfettamente a rendere l’idea dell’inquietudine che deriva da talune condizioni di disagio emotivo.

Da un punto di vista stilistico la musica di Hockman si inserisce in un filone post-folk, ma il termine non rende l’idea di tutto l’universo sonoro capace di evocare in poche note e di una voce affascinante come non se ne ascoltava da tempo. “Dolorous” prende il via con la traccia che dà titolo all’album e che, per certi versi, invoca il fantasma artistico di un indimenticato e indimenticabile Leonard Cohen, nella sua semplicità melodica e strumentale e nella profondità evocativa della voce di Hockman. Segue la bellissima “I’m Only Here”, che omaggia Elliott Smith, anche se, nello stesso tempo, ricorda tantissimo, specie sotto l’aspetto strumentale, un noto brano di Bright Eyes con un’evoluzione più hard che ricalca proprio il succitato cantore di Omaha.
Con la successiva “Newish” e le sue ritmiche cadenzate, il singer di Johannesburg prende a prestito lo stile più malinconicamente giocoso di Mark Oliver Everett, alias Mr. E alias Eels, per poi tornare con “Night Bird” e più tardi “Fatherland” alla moderna inquietudine di scuola Sparklehorse.

Gran parte della tracklist è velata di una lieve vena lo-fi, messa davvero in evidenza solo in “Hungry”, mentre la fumosa definizione post-folk fornita in apertura acquista un senso compiuto con l’ascolto di “Seasons” e dei suoi echi Yo La Tengo. Uno dei passaggi più immediati e gradevoli, nella sua sobrietà, si ha con “On My Own”, che apre alla parte più moderna e a suo modo sperimentale di “Dolorous”, composta da “White” e dalla minimale “Pass The Ball”, brani dalle poche ombre che riescono a sottolineare la grande dimestichezza di Hockman con la materia tradizionale, non necessariamente remota, riletta in chiave quasi avanguardistica. Proprio con la semplicità di suoni passati si chiude ("Far Away") questo piccolo gioiello di un eccelso artista che qualcuno ha osato paragonare al genio di Kozelek, ma che in realtà sa essere semplicemente se stesso.

(20/07/2015)

  • Tracklist
  1. Dolorous
  2. I’m Only Here
  3. Newish
  4. Night Bird
  5. Hungry
  6. Seasons
  7. Fatherland
  8. On My Own
  9. White
  10. Pass The Ball
  11. Far Away


Gil Hockman on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.