Gouton Rouge

Carne

2014 (V4V, S3X Netlabel) | alt-rock, shoegaze

"Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione"
(Cesare Pavese, Incipit de “La luna e i falò”)

Se, valicato senza strascichi il millennium bug, c’è ancora qualche sedicenne italiano che sogna di suonare shoegaze, c’è solo da esserne gioiosi e premiarne il coraggio e l’entusiasmo. Era il 2008 quando i cinque Gouton Rouge (niente giochi di parole, solo un errore di battitura) stavano per mettere in atto il loro piano e oggi, sei anni dopo, per Dario Bassi alla batteria, Eugenio Nuzzo al basso, Francesco Roma a chitarra, synth e voce e Michele Canziani alla chitarra (un pezzo l’hanno smarrito per strada) sembra giunto il tempo di mutare i sogni in realtà. Come già capitato con Lantern, Albedo, Auden, Nient’altro che macerie, L’Amo, Echo Bench e Marnero, di mezzo c’è lo zampino della V4V, emergente etichetta fertile e spavalda che mira a diventare un faro nel mare in tempesta della scena indipendente.

I Gouton Rouge vagheggiavano di suonare shoegaze e in fondo non ci sono andati molto lontano; non si tratta tuttavia di quella pura montagna di feedback che si erge su melodie estatiche. Il loro stile ha qualcosa di più oscuro e più vicino a un certo rock alternativo che pare piacere molto all’etichetta cui fanno capo (“Discese”). Una sorta di cocktail tra emo (“Vicoli”), alt-rock e songwriting che non disdegna di scivolare e sondare i terreni già battuti dai colleghi newyorkesi A Place To Bury Strangers (“Immobile”, “Sbiadire”), che, partendo dallo shoegaze, scavano avidamente nel post-punk e nel noise-rock (“Lamette”). Sezioni ritmiche dritte e morbose, voci alte, fredde e penetranti, a tratti eteree (“Ancora”) e chitarre cariche e taglienti che tuttavia non si evidenziano per un eccessivo gravame di effettistica come nei già citati colleghi d’oltreoceano, tutto tenendo a mente anche certi Verdena (“Attratti”, “Everest”). Nonostante l’idea di base si dissoci dalla classica canzone pop-rock, non c’è una precisa scelta di enfatizzare l’aspetto rumoristico e alla fine la cosa finisce per mettere in luce il limite principale di "Carne", dato proprio dalla portata ridotta delle melodie, vocali soprattutto.

Dal lato testi, non c’è troppo da essere elettrizzati. In sostanza l’unico tema sviscerato (le eccezioni sono proprio tali, come da definizione) è costituito dal rapporto a due, l’amore, il sesso e le conseguenze spesso dolorose come lamette sulla pelle che lasciano cicatrici profonde e difficili da nascondere. Testi brevissimi (il più breve ha meno di trenta parole) che quasi paiono i diversi paragrafi di un unico capitolo, tanto vicini per stile, soggetti ed estetica. Da rilevare un uso della lingua e del cantato non troppo puliti che quantomeno hanno il merito di non lasciar scorrere e perdersi l’attenzione nel solo significato puro delle parole e che diventa invece parte integrante della musica stessa, in stile molto più anglosassone che italiano.
Un paio di brani prendono il sopravvento sugli altri, elevandosi per tutte le caratteristiche già citate e per la loro capacità di limitare l’esteriorizzazione dei punti deboli; nel complesso, un lavoro piacevole e che trasuda un certo ardimento che forse ha solo la necessità di essere caricato di legna per bruciare fino ad ardere come un fuoco eterno. Ci si può scommettere, ma senza vuotare le tasche.

(17/03/2014)

  • Tracklist
  1. Attratti
  2. Immobile
  3. Sbiadire
  4. Discese
  5. Lamette
  6. Vicoli
  7. Everest
  8. Ancora


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