Guided By Voices

Motivational Jumpsuit

2014 (Fire) | alt-rock

The last recording nearly killed me…

E’ davvero impossibile prendere sul serio uno come Robert Pollard.
Quanto credito si può ancora concedere al sovrano dell’incontinenza rock? Al consumato cialtrone dell’indie prima maniera che, evidentemente di buzzo buono in fatto di confidenze, si permette di far sfilare a braccetto autobiografismo e ironia nella consueta parata acre, incoerente e spigolosa, per raccontarci il proprio rutilante “Writer’s Bloc”? Una sola uscita discografica in dodici mesi per la sua band principe è sufficiente per dare fondatezza all’ipotesi di un blocco autoriale? Naturalmente no, visto che nel 2013 il nostro ha messo a referto altri cinque lavori sulla lunga distanza con le più svariate ragioni sociali, attestandosi peraltro entro i limiti della propria recente media monstre.

Il calendario dei Guided By Voices prevede per l’anno corrente due nuovi Lp, e questo dovrebbe riportare tutte le rilevazioni verso la norma. Funziona allo stesso modo in chiave espressiva il primo dei due, questo “Motivational Jumpsuit”, che argina con decisione le indigeste stravaganze dei progetti minori e si presenta tra bordate elettriche a elevato tasso di tipicità, gradevoli quanto innocue, nel solco delle produzioni meno intransigenti e più accessibili del vecchio Bob. Il singolo “Planet Score” ne è il prototipo perfetto: uno di quei pezzi ultracorazzati che riflettono fino in fondo la classicità di un marchio divenuto ormai esso stesso un cliché. I meccanismi sono oliati a dovere e quanto si perde in termini di sorpresa – francamente impensabile nel 2014 da un artista che ha fatto della sovraesposizione la sua cifra – lo si recupera nei momenti migliori in affidabilità, unico criterio che valga ancora qualcosa quando si parla di Pollard.

L’impostazione fidelizzante non potrebbe dirsi completa se non tornasse a far capolino anche il pauperista malinconico con i suoi bozzetti acustici riarsi, il suo folk sghembo, decadente e polveroso (“Go Without Packing”, “Bird With No Name”), oltre a quegli scorci che esaltano la sua epica del quotidiano, delle piccole cose, degli States marginali (“Save The Company”): al solito, poco più che fugaci impressioni, capaci comunque di lasciare il segno. In alcuni frangenti il gruppo di Dayton si mostra particolarmente scapestrato, pestone, persino slacker, con la sostanziale noncuranza strategica eletta a vessillo irrinunciabile. Non si tratta tuttavia di una posa ruffiana, quanto della volontà di riproporre l’indole sbrindellata delle prime cose nell’illusione che il tempo si sia come congelato. Non si spiegano altrimenti l’autocitazione in copertina del vecchio Ep “Tigerbomb” (che, per la cronaca, è coevo del capolavoro “Alien Lanes”) o il più ampio margine concesso a sporcature e miserie lo-fi in “Child Activist”, nel quadro di una raccolta comunque più organica e meglio confezionata della media.

Al di là di uno stile che non potrebbe essere più risaputo, si avverte a sprazzi una freschezza che negli ultimi Guided By Voices pareva essersi persa. Merito del frontman, bravo a sfoderare passaggi magari torvi e crepuscolari (uno per tutti, “I Am Columbus”) che riportano alla mente le combustioni fragorose di certe perle dimenticate dei Novanta (tipo l’eponimo dei Varnaline). E merito del soldatino Tobin Sprout, autore e cantante in cinque delle canzoni del disco, digressioni inattese ma gradevoli: dal folk-rock amarognolo e lunare (à-la Elf Power) di “Jupiter Spin” alla beata contemplazione Americana (con tanto di assolo vespertino) di “Shine” (che ricorda i Run Westy Run), e dalle meraviglie jangly stile Paisley Underground di “Record Level Love” alla miniatura acida e passatista di “Calling Up Washington”, esemplare convergenza tra Nick Saloman e Matt Rendon.

Fa piacere scriverlo: “Motivational Jumpsuit” torna a essere più arrosto che fumo, meno collage invertebrato (per quanto possibile) e più album a tutto tondo, corposo, con buoni spunti che sanno di felice populismo. Dimostra, se non altro, la volontà di variare un po’ la proposta, con episodi più compromessi verso l’easy-listening (“Vote For Me Dummy”, “Difficult Outburst And Breakthrough”), dove all’intransigenza della forma viene preferita una scrittura semplificata, con meno orpelli o lacerazioni sterili e un più solido approccio pop. In questo, Pollard riavvicina quanto di buono realizzato nella parentesi Boston Spaceships e centra inaspettatamente il miglior lavoro intestato alla storica ditta, nel suo breve (e sin qui deludente) segmento post-reunion.

(08/04/2014)

  • Tracklist
  1. The Littlest League Possible
  2. Until Next Time
  3. Writer's Bloc (Psycho All The Time)
  4. Child Activist
  5. Planet Score
  6. Jupiter Spin
  7. Save The Company
  8. Go Without Packing
  9. Record Level Love
  10. I Am Columbus
  11. Difficult Outburst And Breakthrough
  12. Calling Up Washington
  13. Zero Elasticity
  14. Bird With No Name
  15. Shine (Tomahawk Breath)
  16. Vote For Me Dummy
  17. 17. Some Things Are Big (And Some Things Are Small)
  18. Bulletin Borders
  19. Evangeline Dandelion
  20. Alex And The Omegas
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