Hildur Guđnadóttir

Saman

2014 (Touch) | modern classical, avantgarde

In islandese, la parola saman significa insieme, e stando alle note che accompagnano l'album in questione, si riferisce a un elemento non poi così nuovo per Hildur Guðnadóttir. Il duello-unisono tra i suoi limpidi e paradisiaci vocalizzi e le oscure tessiture del suo violoncello si era infatti già mostrato in tutta la sua capacità suggestiva in quel piccolo capolavoro dato alle stampe un paio di anni fa. Ma “Saman” è, nelle parole della sua autrice, un album che parla in primis di risonanza: un concetto teorico, per certi versi accademico, da studiare nel dettaglio con un metodo scientifico e meticoloso. Tutto il contrario dell'approccio a cui la discepola dei Múm ci ha abituato nei cinque anni - tanto è trascorso dal primo “Without Sinking” - del suo percorso solista.

E la differenza, sin dal primo ascolto, traspare inesorabile. “Saman” è un disco dall'eleganza e dalla classe sopraffina, un disco dalla bellezza decadente, oscura, sinistra. Ma è anche un disco studiato al millimetro, calcolato in ogni sua nota. Un disco di singoli componimenti che, a differenza di quanto avveniva in passato, non si riscoprono momenti distinti di un'unica sinfonia, ma si consumano all'interno del loro piccolo mondo. Un disco che mette volutamente la tecnica e la ricerca davanti alla suggestione. E perdendo quest'ultima in dose cospicua, perde anche la gran parte del fascino unico e personalissimo che le precedenti prove di questa lungimirante artista, tutte collocabili a livelli diversi del grado di eccellenza, avevano puntualmente sfoggiato.

Bastano e avanzano i sette minuti del biglietto da visita di “Strokur” per capire il significato di queste parole: mai il violoncello era sembrato così intento a dialogare unicamente con sé stesso, alla ricerca dell'eco perfetta, della dilatazione più ampia possibile, così lontano da qualsiasi sfera emotiva. Nella più melancolica “Rennur Upp” cambiano i suoni, più languidi, e la prospettiva, ma non l'attitudine all'auto-contemplazione. In “Í Hring” quest'ultima arriva addirittura a farsi alienazione pura, avvinghiandosi sui suoi flussi, in una sorta di morsa suicida fatta di dissonanze e note basse. E non basta qualche frammento d'umanità nascosto sotto un impenetrabile strato di ghiaccio a cambiare i connotati di “Bær” e “Til Baka”.

Qualche traccia della sensibilità del passato affiora invece con maggior convinzione nella romantica “Birting”, nell'inquieta “Torrek”, nella bella liturgia di “Heyr Himnasmiður” e soprattutto in “Heima”, parentesi anomala dove la musicista si reinventa cantautrice pizzicando delicatamente le corde del suo violoncello. Il breve canto funebre di “Frá” e il crescendo rapido di “Líður” stanno però a dimostrare che la voce non può, da sola, sostituire il cuore. Non si può certo dire che Hildur non raggiunga per l'ennesima volta il suo scopo, dando sfoggio probabilmente ancor più che in passato di un'impressionante padronanza della materia musicale. Ma alla complessità dell'accademia ci sentiamo di preferire, di gran lunga, la "semplicità" del trasmettere emozioni.

(17/08/2014)

  • Tracklist
  1. Strokur
  2. Frá
  3. Birting
  4. Heyr Himnasmiður
  5. Bær
  6. Heima
  7. Í Hring
  8. Rennur Upp
  9. Til Baka
  10. Líður
  11. Torrek
  12. Þoka
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