Interpol

El Pintor

2014 (Matador) | post-punk revival

Forse lo sapevamo già quando, nel lontanissimo 2002, ci innamorammo immensamente di un album, "Turn On The Bright Lights", che sarebbe poi diventato una delle pochissime pietre miliari del nuovo millennio. Quasi certamente sentivamo già che non avremmo ascoltato mai più un disco di quella natura, con quello stile e di uguale intensità. Non lo avremmo udito dagli Interpol, ma neanche da tutti quei cloni, o quasi, che si stavano allora sporgendo nel panorama post-punk revival. Ci rendevamo conto, eppure mai ci saremmo sognati una discesa negli inferi, quelli veri e non quelli romanticamente rock, tanto repentina quanto furibonda.
Le prime avvisaglie di un imminente declino arrivarono con "Antics", anche se molti apprezzarono sia il taglio più luminoso sia l'immediatezza di brani come l'indimenticata "Evil". Poi uscirono l'insufficiente "Our Love To Admire", di dubbio gusto già dall'inguardabile copertina, e l'omonimo del 2010, che sembrava segnare la fine di una band che speravamo potesse entrare nell'olimpo delle più geniali di sempre.
Chiariamo: in fin dei conti, la bruttezza di quello che a oggi è il penultimo full length della formazione di New York è comunque condizionata dalle tante speranze createsi intorno a Banks e soci, i quali, sostanzialmente, non ci hanno mai concesso un album che possa senza dubbio definirsi terribile, così nessuno poteva credere alla fine definitiva degli Interpol.

La cosa che ha reso ancor più amara la sconfitta è che, nell'assurda lotta a due tra Interpol e Editors messa in piedi dai più mattacchioni e scanzonati appassionati, non solo i primi finirono per uscire sconfitti dalla creatura di Tom Smith, molto più intelligente nel crearsi un cerchio di pubblico mainstream e generare sempre una certa attenzione mediatica intorno alle proprie uscite, ma vennero battuti anche da cinque ragazzoni di Cincinnati (National) che, all'ennesimo tentativo, piazzarono un colpo spettacolare, "Alligator", che si rivelò non solo opera eccelsa, ma anche la prima di una lunga serie di piccole splendenti gemme caratterizzate da un notevole processo evolutivo che li ha resi, ad oggi, una delle band più importanti e influenti del pianeta.

Poi arriva il 2014 e un singolo che lascia molti a bocca aperta. "All The Rage Back Home" è un misto di rabbia repressa e risputata fuori con violenza, un brano che pare riprendere lo stile unico del debutto, filtrandolo attraverso le esperienze positive (e non) che hanno contraddistinto gli Interpol nel corso di questi dodici anni. In molti gridano al miracolo, convinti di un prepotente ritorno da protagonisti, eppure ancora una volta non mancano gli scettici, incluso chi scrive. Quantomeno, però, a differenza del passato, il pezzo suona davvero ben costruito e quasi non si nota la pesantissima assenza del bassista Carlos D., il quale ha abbandonato il progetto nel 2010 lasciando un vuoto a prima vista incolmabile.
"El Pintor" (anagramma di Interpol, perdonateli se potete) scorre via che è un piacere, attraverso i soliti echi di wave anni Settanta e post-punk. Nella prima parte, dall'opening e singolo già citato fino a "Same Town, New Story", sono suggerite le stesse identiche atmosfere da Big Apple fumosa e disperata che avevano fatto la fortuna di "Turn On The Bright Lights", ed è qui che "El Pintor" finisce per farsi ammirare con più enfasi, calando poi nella parte centrale e tornando con insolenza nel finale (con "Tidal Wave", brano quasi pop-wave e forse unica vera variante stilistica dell'album e "Twice As Hard").

Paul Banks è in formissima e lo dimostra anche in brani più sommessi, come la leggiadra "My Blue Supreme", e lo stesso possiamo dire di Daniel Kessler, che con la sua chitarra dipinge dei riff cupi e potenti come non mai, e di Sam Fogarino, un vero caposcuola nel fabbricare ritmiche trascinanti. Prezioso il contributo straordinario di Brandon Curtis (The Secret Machines), quello di Roger Joseph Manning, Jr. (Beck) alle tastiere in "Tidal Wave" e Rob Moose (Bon Iver) alla viola e al violino in "Twice as Hard", mentre è più che curiosa la citazione che si sente alla fine di "Breaker 1", tratta da una deposizione al maxiprocesso alla mafia, in cui un malavitoso, con arroganza, si giustifica riferendo di essere stato "sventurateddu", cioè sfortunato e quindi in pratica costretto a fare ciò che ha fatto.

Sotto l'aspetto lirico, Banks edifica nuovamente un immaginario fatto di romanticismo moderno e decadente, di trepidazioni talvolta malate e profonde, di storie che sfiorano la tragedia umana o emozioni gonfie d'una malinconia devastante. Temi d'un avvolgente calore naturale che in parte cozzano con la freddezza della musica, con la sua regolarità lineare ma che, proprio per questo, hanno tutto il sapore dello stile inarrivabile dei primi Interpol.
Tutto suona fantastico, insomma, almeno per chi, come detto all'inizio ha divorato "Turn On The Bright Lights" e l'ha eretto a pietra di paragone per tutto quello che sarebbe venuto dopo. Col cuore pieno di gioia continuiamo noi ad ascoltare "El Pintor", gongolando davanti a note che ci riportano con tanta forza indietro nel tempo, eppure c'è quell'altra parte di noi, quella fredda e razionale, che continua a non essere troppo convinta di canzoni che rischiano di sparire dopo qualche ascolto dietro il ricordo di gemelle più anziane.

Al quinto full length sarebbe stato lecito aspettarsi un passo falso, e invece nel nostro caso è qualcosa di peggio. "El Pintor" conquista più consensi di quanti meriterebbe solo perché preceduto da deludenti cadute di stile e solo perché in fondo non vedevamo l'ora di poter dire che gli Interpol sono tornati a suonare come sanno. In realtà, se vogliamo smetterla di mentire, questo è semplicemente un buon disco, con qualche affabile pezzo e nulla più, idoneo a far venire gente ai concerti e magari farci tornare a origliare con nostalgia una band che ameremo per sempre, come una donna da cui siamo stati traditi ma che non avremmo mai ingannato.
Non è la fine e neanche un nuovo inizio, bensì solo un disco che merita qualche ascolto e non vi regalerà più di quello che potete immaginare. Gli Interpol hanno detto tutto quello che avevano da dire e ora stanno solo ribadendo con forza il concetto. Per ora può bastare, sperando di non sentire mai più nessuno dire che ad aprire il live degli U2 c'era un noioso gruppetto americano di cui non si ricorda neanche il nome.

(24/09/2014)

  • Tracklist
  1. All The Rage Back Home
  2. My Desire
  3. Anywhere
  4. Same Town, New Story
  5. My Blue Supreme
  6. Everything Is Wrong
  7. Breaker 1
  8. Ancient Ways
  9. Tidal Wave
  10. Twice As Hard


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