Jack O The Clock

Night Loops

2014 (Self Released/Baby) | alt-prog, jazz-rock

Ci vuole coraggio e un po’ d’azzardo per scardinare i confini, sempre più politically correct, della musica rock odierna; spesso questo avviene diluendo forme e spazi sonori, che nella loro continua evanescenza restano in sospeso tra suggestioni e noia.
I californiani Jack O’ The Clock, memori della lezione di Frank Zappa o degli Henry Cow, hanno rivoltato il calzino maleodorante dell’avanguardia rock, rimettendo al centro della ricerca sonora lirismo e inventiva, aggiungendo nuove sfumature al buio e alle sue possibili varianti cromatiche, con una musica introspettiva e inquieta, che suona autentica e onesta, ma sempre inafferrabile.

Non è minimizzante affiancare il loro sound a band storiche come King Crimson, Genesis, Henry Cow, Gentle Giant e perfino i Golden Palominos, tenendo conto che le intelligenti infiltrazioni folk e cantautorali hanno un raggio d’azione ampio, che va da Tom Waits a Sufjan Stevens, passando per Scott Walker e Van Dyke Parks.
Il quarto album “Night Loops” è uno dei pochi capaci di riconciliare un pubblico annoiato dalla prevedibilità di molte hype-band e dal languore autoindulgente degli ultimi attori del post-rock: l’inquietudine e la densità delle architetture musicali sono di quelle destinate a un piacere continuo e rinnovabile ad ogni ascolto. Prendiamo subito ad esempio i cinque minuti e trentotto secondi di “Fixture”: vibrafono, percussioni ovattate, violino e droni orchestrali creano il tappeto ipnotico sul quale si susseguono fagotto, viola elettrificata, tubular bell, loop, tamburi e snakedrum, fino all’apoteosi vocale che oltrepassa le linee del gothic-folk per poi disperdersi tra suoni di marimba e rarefazioni strumentali.

“Night Loops” è attraversato da una tensione emotiva costante, che impregna anche le brevi escursioni strumentali, le quali fanno da collante tra i brani più lunghi ed elaborati: a volte è un tremolio di voci, mandolino e pianoforte (“Tiny Sonographic Heart”), oppure si tratta del suono di un trombone e di un sax adagiati su field-recording spettrali (“Familiar 1: Night Heron Over Harrison Square”), o ancora è un bisbiglio di voci su un flusso violento di rumosi industriali (“Furnace”).
Il folk è l’elemento stilistico che, pur non essendo in primo piano, fa da trait d'union tra la composizione e l’elaborazione strumentale. L’archetipo più riuscito in tal guisa è “Come Back Tomorrow”: qui le chitarre acustiche e il violino hanno il tono mellow della tradizione cantautorale angloamericana, ma le continue dissonanze e fughe sonore trasformano tutto in una giostra di gioie e malinconie che si inseguono senza incontrarsi mai.

Anche “Ten Fingers” non è altro che una folk-song rintracciabile in qualsiasi album cantautorale, ma dopo la trasfigurazione dei Jack O’ The Clock, resta ben poco di normale negli oltre sette minuti di digressioni strumentali: le percussioni filtrate dall’elettronica, i droni ambientali, l’atmosfera ricca di presagio e le voci filtrate sfibrano il tessuto pop con effetti stranianti e affascinanti. Frammenti di blues fanno capolino in “Bethlehem Watcher”, un altro degli episodi più originali dell’album, con organo a canne e doo-wop, che duellano su note di violino in stile bluegrass, per un'ibridazione raramente rintracciabile nella storia del rock. La più lineare ”Down Below”, rinnova i fasti del rock alternative americano anni 90, ovvero quello che trovò nuova linfa vitale nei Golden Palominos e nella versione stelle e strisce del post-rock, dove jazz, funk, rock, country e tribalismo erano un'unica melma sonora.

I Jack O’ The Clock non indugiano su poche idee per riproporle all’infinito: la loro musica ama le sfide, anche a costo di suonare disturbante e ostica, come nel patchwork di dissonanze e free-jazz di “How The Light Is Approached”, o nel breve chamber-rock orchestrale di “Familiar 2: Barred Owl”, dove fiati ed elettronica duettano con suoni in overlay e guaiti di cani.
A questo punto ci sono sufficienti elementi per archiviare “Night Loops” tra gli ascolti irrinunciabili degli ultimi mesi, ma c’è ancora molto da raccontare, a partire dalla splendida partitura prog-jazz-rock che fa di “Salt Moon” una probabile outtake dei King Crimson era-“Larks' Tongues In Aspic”, proseguendo nei sei minuti abbondanti di “As Long As the Earth Lasts”, che tra le inconsuete trame di funk e jazz-rock cita passi della Bibbia e musica tribale in un'orgia primordiale e liberatoria, per poi trovar conforto nelle malinconiche trame folk della conclusiva “Rehearsing The Long Walk Home”. Ballata dai toni oscuri e dagli accordi quasi impossibili, passa da prelibatezze acustiche a digressioni psichedeliche quasi pinkfloydiane, con un pregevole assolo in sottofondo che fa sfondo a una delle pagine più poetiche dell’album.

Tutto quello che i Jack O’ The Clock avevano promesso nei tre album precedenti è finalmente diventato realtà in “Night Loops”. Fatela vostra.

(21/01/2015)



  • Tracklist
  1. Ten Fingers 
  2. Bethlehem Watcher
  3. Tiny Sonographic Heart
  4. Come Back Tomorrow 
  5. How the Light is Approached 
  6. Familiar 1: Night Heron Over Harrison Square 
  7. Fixture 
  8. Furnace
  9. Salt Moon 
  10. Down Below 
  11. As Long As the Earth Lasts 
  12. Familiar 2: Barred Owl 
  13. Rehearsing the Long Walk Home




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