Jackson C. Frank

Jackson C. Frank

2014 (Earth) | folk, songwriter

Sono passati quasi 50 anni dalla pubblicazione dell’esordio di Jackson C. Frank, un nome poco noto al pubblico, assurto a mito grazie al costante flusso d’ispirazione che ha contagiato tutti coloro che hanno avuto il piacere di incrociare la sua musica. Il primo fu Paul Simon, suo produttore e uno dei primi a portare alla ribalta, insieme ad Art Garfunkel, la sua “Blues Run The Game”, nell’album “The Sound Of Silence”, poi vennero Sandy Denny, Nick Drake, John Renbourn, Eddi Reader, Bert Jansch, i Counting Crows, John Mayer, i Soulsavers, gli Headless Heroes Mark Lanegan e Laura Marling.
Negli anni il suo personaggio è diventato familiare ai cultori del folk anglo-americano (Findlay Brown gli dedicò l'intero suo esordio "Separate By The Sea") e il suo tragico vissuto ha rafforzato la sua immagine di genio dimenticato e sopraffatto dalle regole dell’industria rock. Oggi non è difficile trovare sul web lodi e aneddoti su Jackson C. Frank e il suo unico miracolo discografico, un album che dopo una timida ristampa nel 1978 (intitolata “Jackson Again” e con copertina diversa) ha attraversato il nuovo millennio con una serie di edizioni ricche di inediti, fino alla versione in vinile della Earth che ha il pregio di non aggiungere nulla alle dieci preziose tracce del progetto originale.

C’è il rischio che la vita turbolenta del folksinger sia il punto di forza del suo fascino verso un pubblico affamato di miti, e che la qualità della sua musica resti sussidiaria, ma per coloro che non hanno conoscenza della sua storia, mi sembra utile sottolinearne i momenti salienti.
Jackson Carey Frank nasce nel 1943 a Buffalo, New York, all’età di undici anni resta gravemente ustionato nell’esplosione della scuola elementare di Cheektowaga, diciotto ragazzi sono vittime del devastante incendio e il giovane Jackson riporta anche gravi lesioni nel fisico, oltre che nella mente.
La chitarra diventa la sua compagna di vita, le lezioni del suo maestro di scuola, mentre è ricoverato in ospedale, lo aiutano nel difficile e complesso recupero psicologico. Il suo ingresso nei circuiti folk, l’interesse di Eric Andersen e un cospicuo numero di canzoni (un intero progetto sulla guerra civile mai inciso) non sembrano sufficienti al giovane Jackson per affidare il suo futuro all’incognita del successo come musicista, e senza accantonare la sua Gretsch Streamliner si scrive al Gettysburg College per laurearsi in giornalismo, ma il rimborso di 100.000 dollari per le lesioni subite nell’incendio sconvolge i suoi piani.

Ora ventunenne e ricco, con la complicità dell’amico John Kay dei Steppenwolf, si dà alla pazza gioia, compra una Jaguar e frequenta i club blues americani incontrando John Lee Hooker, Muddy Waters, Sonny Terry e Brownie McGee; è la passione per le auto e non per la musica il vero motivo che lo spingerà a varcare l’oceano e a portarlo in Inghilterra.
Durante il viaggio prende forma la canzone che racchiude le sue speranze e illusioni, quella “Blues Run The Game” che marchierà la sua storia musicale e personale. La vitalità di Londra non tarda a contagiare il giovane musicista, l’affascinante amica Judith Piepe gli procura un incontro con Al Stewart e Paul Simon, e quest’ultimo, colpito dalle sue canzoni, gli propone di produrre il suo album. Americano trasferito in Inghilterra come Jackson, Paul Simon è l’amico perfetto a cui affidare la produzione del suo album, che viene registrato in condizioni anomale. Il musicista chiede di incidere nascosto dietro a un pannello perché era molto nervoso e teso: il risultato è un eccellente insieme di grandi canzoni, che unite da un pregevole fingerpicking e una voce calda e profonda danno vita a un mix raro e affascinante per il silenzioso e schivo musicista.

Registrato in sole tre ore in uno studio della Cbs a Londra, l’album è ricco di malinconia ma mai indolente o mellifluo: il tocco deciso e sicuro della sua chitarra (ora insieme alla Gretsch possiede anche una Martin) e il tono greve e quasi da tenore della sua voce sono esemplari di una maturità che non sembra corrispondere alla sua giovane età: lo sguardo della foto di copertina non è quello di un novellino, le sofferenze già marcano il suo volto e purtroppo non sono finite.
Il 1965 è l’anno di una nuova era per il folk: sull’onda dello splendido “Folk Roots, New Routes” (1964, Shirley Collins e Davy Graham) vengono pubblicati album come “Fairytale” e “What’s Bin Did And What’s Bin Hid” di Donovan, “Songs For Swingin' Survivors” di Mick Softley e l’omonimo di Bert Jansch (e di lì a poco uscirà anche l'album del giovane John Renbourn), e appunto “Jackson C. Frank”.
L’album è uno squisito e introspettivo folk-blues dai toni confessionali e autobiografici, che anticipa Tim Hardin più che il frequentemente citato Nick Drake, la personalità del musicista spicca senza incertezze, la tristezza ricca di armonia di ”Blues Run The Game” conquista la scena londinese, una ballad che diventa il manifesto di una generazione che sta scoprendo i nuovi orizzonti della rivoluzione musicale e che comincia a conoscere le difficoltà della realtà sociale.

Ma ogni brano possiede una sua identità: la delicata e memorabile “Milk And Honey” ha il fluire di un classico (sarà Sandy Denny a renderla ancor più intensa e preziosa nel suo album del 1967, “It’s Sandy Denny”), l’ironica “Yellow Walls” è un piacevole duetto tra l’autore e Al Stewart, mentre l’unica canzone di protesta dell’album, “Don’t Look Back”, sottolinea la sensibilità di Jackson C. Frank verso le minoranze e l’ingiustizia. Quello che differenzia quest’album dai suoi contemporanei è la profondità dei toni e il perfetto amalgama di folk inglese e americano: non vengono accantonate le origini blues nella scarna e coinvolgente “Here Comes The Blues”, e la tradizione rivive nella rilettura di “Kimbie”, mentre il mondo del circo e il suo simbolismo si affacciano nella visionaria e splendida “My Name Is Carnival”, uno dei brani più moderni e innovatori che ancora oggi possiede quel fascino dell’unicità dei classici (ricordiamo la bella versione di Erland And The Carnival).
L’interludio leggiadro di “Just Like Anything” è abilmente inserito tra le due canzoni più intime e dolorose scritte dall’autore. La prima, “I Want To Be Alone”, sconfina nel territorio di Tim Buckley regalando un intenso momento di folk malinconico, mentre “You Never Wanted Me” mette in chiaro le difficoltà e le perplessità nel poter avere una vita sentimentale stabile; il fisico debilitato e una costante insicurezza saranno la costante dei suoi rapporti con le donne.
Fu infatti la sua nuova fidanzata, Sandy Denny, a introdurre Jackson C. Frank nel circuito folk inglese, la stima e l’amicizia dei suoi colleghi restò sempre viva nonostante le sorti avverse, che di lì a poco faranno sprofondare Jackson nella più profonda depressione.

Nonostante il successo in Inghilterra e Scozia, l’album non conquista il pubblico americano: nel frattempo, incoraggia la sua amica Sandy a lasciare il suo lavoro di infermiera per la musica e assiste al successo della scena folk di quegli anni.
Jackson gira nei folk club incrociando i protagonisti dell’invasione musicale americana, ovvero Bob Dylan, Joan Baez, Pete Seeger, Buffy Sainte-Marie, Ramblin' Jack Elliott, Tim Hardin, e Tom Paxton, spende i suoi ultimi soldi aiutando musicisti e amici in difficoltà economica, raccogliendo nuove canzoni per incidere un secondo album che nessuno mai pubblicherà: il rock si è fatto prepotentemente strada e per i folksinger diventa sempre più difficile trovare una casa discografica. L’introverso folk di Jackson C. Frank non ha la forza per cavalcare l’era di Woodstock, le emozioni più intime e private sono materia obsoleta, tutto viene sacrificato in nome della rivoluzione giovanile e della ribellione sociale.

Tornato in America, sposa Elaine Sedgwick, un ex-modella inglese, la morte del figlio per fibrosi cistica lo trascina nella depressione: Al Stewart racconta che quando lo incontrò di nuovo in Inghilterra era un uomo distrutto, la sua musica era diventata angosciante e dura, il caos si era impossessato della sua vita. Nel 1975 tenta di ricontattare il suo amico Paul Simon, ma finisce per vagare come un barbone sulle panchine di New York. Comincia il suo calvario psichiatrico: viene curato per una schizofrenia inesistente, ingrassa in modo smisurato e si lascia sopraffare dalla sofferenza fino a che un suo fan, Jim Abbott, non lo rintraccia e lo aiuta a trovare ricovero in un istituto per anziani a Woodstock.
La sfortuna perseguita Jackson, mentre è ancora a New York in attesa di andare a Woodstock, un folle spara all’impazzata sulla folla colpendo a un occhio il musicista che stava seduto su una panchina. Per fortuna Abbott non abbandona il suo amico e idolo, gli dedica la sua vita affinché Jackson C. Frank riesca a trovare la forza per incidere ancora delle canzoni.
Tutto questo materiale inedito e il mai completato album del 1975 troveranno spazio in un prossimo box, nel frattempo è fondamentale che questa meraviglia folk entri nelle vostre case, un album intenso e sofferto che fa sembrare esangue molta produzione cantautorale passata e presente: senza alcun dubbio uno dei capolavori ritrovati della musica moderna.

(15/02/2014)



  • Tracklist
  1. Blues Run The Game
  2. Don't Look Back
  3. Kimbie
  4. Yellow Walls
  5. Here Come The Blues
  6. Milk And Honey
  7. My Name Is Carnival
  8. I Want To Be Alone (Dialogue)
  9. Just like Anything
  10. You Never Wanted Me


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.