Kasabian

48:13

2014 (Sony) | pop, rock

Dopo aver sbattuto il mostro in prima pagina (“Velociraptor!”, con l'esclamativo a gonfiare ad arte l'effetto scenico), i Kasabian si mettono a dare i numeri, celando dietro l'elenco della durata dei tredici brani nuovi di zecca la volontà di sfidare il proprio – crescente - pubblico ad avventurarsi tra le pieghe del quinto album in studio. In linea con l'ego smisurato degli attori e la magniloquenza artificiosa del capitolo precedente, “48:13” oltrepassa l'invisibile linea di demarcazione tra i passati retaggi rock e il nuovo ruolo di paladini delle chart mondiali affrontando tale compito con immutabile tracotanza e un baraccone di singoli tanto plasticosi e barocchi quanto, perlopiù, maledettamente azzeccati.

Nella sua perenne benché graduale mutazione genetica, la creatura di Serge Pizzorno (qui anche produttore) e Tom Meighan si limita a puntellare e ampliare ulteriormente gli spunti dell'acclamato predecessore anziché provare a spingersi oltre. Se gli abbacinanti miraggi rock di “West Rider Pauper Lunatic Asylum” sono ormai uno sbiadito ricordo, la cura del dettaglio diviene funzionale all'ottenimento del perfetto singolo da classifica.
Non si spiega altrimenti l'anfetaminico baccanale electro-rock di “Bumblebee”, l'onda anomala che apre l'album inglobando istanze rock, smargiassate disco e riletture madchesteriane da terzo millennio. Operazione che non trova eguale risultato in “Doomsday”, calderone sonico che, singolarmente, fatica ad attecchire nonostante ci provi in ogni modo: metronomo schizzato, dispiego su larga scala di coretti e ammiccamenti che cercano di dissimulare la scarsa sostanza del brano. A un tentativo fallito corrisponde uno decisamente riuscito: “Eez-eh” sa irretire all'istante con la sua irresistibile base dance presa in prestito dai Chemical Brothers. Tiro pazzesco, melodie affilatissime, formula – infine – minimale: senza ulteriori giri di parole, l'inno dell'estate 2014.

Il resto del campionario si barcamena a sua volta tra alti e bassi: l'affioramento progressivo di “Clouds” si apre in un riff trascinante e in un ritornello da incorniciare. Il migliore brano della nidiata, per quanto ci riguarda. Notevole anche “Stevie” con il suo pop-rock dopato e, ancora una volta, incorniciato da un ritornello sontuoso (c'è pure l'accompagnamento orchestrale) e canticchiabile.
Viceversa, l'electro-rock ritmato di “Treat” e “Explodes” e le lisergiche acque di “Glass” passano innocue, sollevando anzi il sospetto di reiterare con meno forza espressiva soluzioni già ampiamente battute in precedenza. Sospetto che trova conferma in “Bow”, ben poco ispirata e di conseguenza del tutto inutile nell'economia dell'album.
I titoli di coda sono affidati alle placide derive acustiche di “S.p.s.”, non lontane dalla lezione dei fratelli Gallagher.

Con “48:13”, i Kasabian tolgono una volta per tutte la maschera: l'intento ormai ben più che lampante è quello di scalare con abituale facilità (e altrettanta spocchiosità) gli indici del gradimento popolare, lasciando di nuovo aperto il dibattito sulla consistenza di un talento che molti preferirebbero votato a un repertorio di tutt'altra sostanza. Per la felicità del pubblico e l'eterno cruccio della critica.

(05/07/2014)

  • Tracklist
  1. (Shiva)
  2. Bumblebee
  3. Stevie
  4. (Mortis)
  5. Doomsday
  6. Treat
  7. Glass
  8. Explodes
  9. (Levitation)
  10. Clouds
  11. Eez-eh
  12. Bow
  13. S.p.s.


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